cuore di stagno-cuore di legno

Inserito originariamente da IDDHA

Trovar la chiave giusta
per spalancar la porta.
Provare ancora il brivido
a guardarsi dentro gli occhi.
Stringersi ancora addosso
quasi a entrarci dentro.
Dirsi tutto il mondo
di cose dolci e belle.
Raccogliere la sfida
di amarsi più di ieri.
E lasciarci e poi trovarci
innammorati ancora.

Annunci

 

 

Panni stesi  Foto di Dous^_^

 

Una commedia scritta su www.anobii.com da  Dous, 
con la collaborazione di 
Faustina, Angelica e Lady Isabelle

(la fonte delle foto è Google / Immagini)

 

Personaggi:

– Carlo, marito di Marta
Marta
Angela, l’amante di Carlo
Sora Giulia
Sor Alfio, marito di Giulia
Gasbarri, il commendatore
Settimio, detto “er Bruco”, l’ex fantino
Maresciallo Feltri 
Betta ed Enrico i figli di Marta e Carlo
Alfonso, il marito di Angela
– Elisa, la figlia di Alfio e Giulia
– Alice, la vecchietta
– Giulio, il ragazzo delle consegne
– L’appuntato
– Ezio, il collega di Settimio


PRIMO ATTO

(per chi non paga la corrente)

 

Giulia – Pronto! Chi parla ? C’è qualcuno di là che mi aiuta? Operatore 10234 mi da una mano per favore ? Lo so che non può farci nulla, ma a quest’ora io sono senza luce e sono al buio! L’unica cosa che mi funziona è questo vecchio telefono della SIP!
Pronto! Allora come devo fare a farmi riattaccare la corrente ? Sono le sette di sera ed ho la roba nel frigo che si sta scaldando e fanno trentaquattro gradi qua dentro! 

Carlo  Martaaaa! Va a vedere un pò che è successo a quella di sotto, qua non va più la lavatrice e poi dobbiamo attaccare la tv per guardare la partita! Lo so che non s’è ancora accorta che gli stiamo fregando la corrente, ma tu fai la vaga! Io intanto vedo un pò se viene su qualcuno dalle scale verso il contatore… –

Marta – Possibile che devo andare sempre io? Tu combini i guai e io te li debbo risolvere! Mi sono stufataaaaaa! E’ l’ultima volta che ti faccio un piacere, ne puoi stare certo… (Scendendo le scale
Signora Giulia, ma che sta succedendo? Anche lei senza corrente? Proprio di domenica poi… 
Eh, lo sa come sono questi mariti! La tv accesa, il decoder, il lettore dvd… e poi se io devo fare la lavatrice, bum! Salta tutto! 
Lo sa’ Signora Giulia come vanno le cose? Io lavoro tutto il giorno e il maritino quando torna a casa vuole trovare la casa in ordine, la cena pronta, le sue cose pulite e stirate, eppoi oggi è domenica e in tv c’è la partita… io devo subirmi quei ventidue matti che inseguono a fatica il pallone, e per vedermi la soap devo accendere il videoregistratore, poi sul cinque stasera c’è persino lo sceneggiato, il frigo è out, il forno a microonde ora è in stand-by… Che fa, ci invita da lei? Anche lei segue “il Sangue e la Rosa”? 
Ha visto che è uscita la mamma dell’attrice principale? Pensavo fosse morta! Senta Signora Giulia, ma ce l’avete ancora la finocchiona che avevate la scorsa settimana? Mio marito ne va matto! E anch’io a dir la verità…

Giulia – Eh, sì, beh, lo so com’è, aspettate un pò…

Insomma operatore! Qua è un macello: c’ho i vicini che esagerano, la partita che incombe, la puntata che aspettavo che non aspetta, la pasta sul fuoco al buio che illumina la cucina coi figli seduti che rompono… 
Quando posso… ma, operatore! Dov’è finito ? Che è questa voce continua, aspetta un pò, che dice ? 

Centralino – Si prega di chiamare dalle ore 8.30 alle ore 12.30 e dalle 15.30 alle 17.30 ! –

Giulia – Ma andatevela e pigliare in saccoccia! Alfio! Alfioo! accendi un pò due candele così almeno riusciamo a finire la cena!

Marta – Allora Sora Giulia ha risolto? Vengono, vero? Perchè lei l’ha pagata l’ultima bolletta, vero ? 

Carlo – Marta! Che fai! Non farla arrabbiare se no si ricorda di quella bolletta dal costo stratosferico che le è arrivata a causa nostra, che gli abbiamo soffiato qualche chilowatt facendo i lavori coi muratori! Scccc! Statti zitta e fai fare a me! 
Ehm, signora cara cos’è successo, dica a me, se posso fare qualcosa… Ha controllato i contatori ? Magari c’è qualche problema laggiù, ma… stia pure comoda ci vado io di sotto (dovesse accorgersi della derivazione…) ! 
Ok, allora siamo d’accordo, quando la chiamo mi dica se è tornata la luce, va bene? Non si preoccupi, restate pure là seduti, le candele ve le porta… Martaaaaa! Porta due candele al Sor Alfio e alla Sora Giulia, muoviti! 
Enrico! Te vieni con me e portami gli occhiali che stanno sul comodino e la cassetta di attrezzi, quella che abbiamo usato coi murat… ehm coi cugini di Marino l’altra volta, ricordi ? Sì, quella che sta nello stanzino, bravo, e… corri, dai che stanno aspettando! –

– Drin, Driin, Aridriiin!

Carlo – Pronto, ah sei tu… senti, non puoi chiamarmi a quest’ora, sei matta! C’è mia moglie che… ora c’ho da fare, sto per le scale e devo andare in cantina… Ti richiamo domani ok? Sì, sei l’unica per me e a lei non ci penso più… Sì, ma…Angela, ti prego, non mi chiamare più a quest’ora, va bene? E … quei soldi che ti devo te li porterò sabato, ok? Cosi li rimetti nella borsa di tuo marito che così non si accorge di nulla… Ciao! –

Uffa! Che palle! Anche questa ci si mette ora! 
E mò dove sta il contatore della Sora… Ah eccolo qua! E te pareva! Non ha pagato e le hanno messo i sigilli… E io glie li strappo via, ecchissenefrega!
C’è la partita!

 

Anna Magnani

Anna Magnani

 


Angela – Mail per: angela…..@tin.it – Oggetto: Spegnete le luci
il 17 Settembre, 2008 a partire delle ore 21.50 a le 22.00. La proposta è spengere tutte le luci e se possibile tutti gli apparecchi elettronici affinchè il nostro pianeta possa respirare. Se a rispondere a questa iniziativa saremo in tanti la quantità di energia risparmiata in soli 10 minuti sarà moltissima. Solo 10 minuti e vedremo che succederà. Si potrà accendere una candela e semplicemente osservarla e mentre noi staremo respirando il nostro pianeta anche…

– Accidenti, ma non avevo una cena in centro a Roma a quell’ora?

Giulia – Pronto! Operatore 10234! Come sarebbe a dire, ha finito il turno e se ne è andato… ma mi doveva dire come fare… Chiedo a lei? Cooosaaaa! Le devo spiegare tutto daccapo? Ma lo sa che ora è? (Alfio! la partita è già cominciata?)

Elisa – Papà, c’è un buio qui in casa! M’ha chiamato Aldo al cellulare, sai quell’amichetto mio… mi dice che stanno a scambiarsi i gagliardetti allo stadio: quanto c’hanno là sotto?

Io esco, tanto qua non si risolve niente! Prendo le chiavi del tuo scooter va bene?

 GRRRRZZZZZHH! (rumore di sedia che si smuove rigando il pavimento)

Alfio – Elisa! Non ti devi permett… 

 SBAAAAMM! CRAACK! (rumore di un piatto che cade rompendosi in tanti pezzi, che non si vedono e che rischiano di tagliare i piedi…)

Elisa – Come ? Non mi devo muovere neanche per sogno che non hai neanche benzina nel serbatoio? Ah… allora mi faccio venire a prendere dal moroso, intanto mi lavo i capelli… anzi no, che non c’è l’acqua calda. Uffa! Ma che stiamo aspettando allora! 

– Stac! (il rumore del sigillo di gomma del contatore impolverato che si è strappato)

Carlo – Ecco fatto: ora premo il pulsante rosso ed il gioco è fatto! Ma che stupidi questi qua che vanno in giro per le case a staccare le utenze! Sora Giulia! Sono Carlo mi sente?

– Evvai! – (con rumore di esultanza corale dall’alto)

Carlo – Ecco fatto! ora posso tornare su a… nascondere il cellulare prima di spaparanzarmi davanti alla partita…

Ecco sto tornando su Sora Giuliaaaa! C’era un “corto circuito alla guaina del contatore”! 
Meno male che c’ero iooo! (dovrò trovare un’altra scusa per quando torneranno all’attacco la prossima volta!).

Betta – A pà, spegni un po’ quell’accendino che me consumi tutta la benzina! 

Giulia  Betta, ma che fumi? Carlo, ma le dici qualcosa a questa ragazzina, c’ha solo sedici anni e già fuma!

Betta– Ma no, mamma, lo tengo per Aldo…

Carlo – Ah Martaaa, la vuoi lascià un po’ in pace sta fija, che mo all’età sua fumano tutti! 

Marta – Ah Carlè sò tutte scuse le tue, pè fumà anche tu… ma il fumo fa male: lo dice anche l’infermiera der primo piano!

Carlo – Accipicchia stà camera è un forno crematorio, la biretta che ho bevuto dopo cena stà a dà i suoi frutti…! 
Me lo diceva mì Nonna, non beve Carlè la biretta fredda prima dannà a dormì, ma io c’avevo sete e l’acqua dentro stà casa fà un pò schifo. Eppoi sò sempre l’unico che le va’ a comprà, quer paninaro de mì fio non ce pensa mai a fallo ar posto mio. Prima de coricamme però apro la finestra, così almeno un pò d’arietta bbona rifresca sto forno. Domani non me và dannà a lavoro, se supero sta nottata, cò tutto quello che è successo, giuro metto la testa apposto. Me vado a cercà n’artro lavoro e a mi moje glie regalo na casa co tutti i comforte… o come se dice all’americana “comfort”. 

Stanotte me sento un pò poeta, d’altronde me lo diceva sempre mamma mia, “tu Carletto mio ch’ai il palato fino e l’occhi belli de tu Nonno Gasparino“… infatti proprio il mio sorriso ammaliatore e l’occhi belli, hanno fatto innammorà Angela… lei sì che è na gran Signora. 
Mora, snella, ch’à tutte le curve apposto e un sorriso che incanterebbe pure un angelo. 
Un giorno, ie l’hò promesso, vado da lei: lascio sta famiglia e la porto via. 
Magari in quei paradisi sur giornale che ieri leggevo dar barbiere… un posto de lusso quello.
Un giorno tornerò e me comprerò er salone suo e un barbiere tutto per me. 
Ora c’ho sonno, domani levataccia…
(aprendo la porta della camera, che scricchiola come se avesse cent’anni ed infilandosi sotto al lenzuolo...)

Alberto Sordi

Alice – Ahò, macchittainvitatoatè? Magguardaquesto! Ma n’antravorta hai sbajato casa? 

Sora Martaaaaa! Venga a prennerse sù marito! Che ha sbajato casa e me sè ‘nfilato n’artra vorta nel letto der povero marito mio, pace all’anima sua!

Marta – Comeeee? A Carlo, sei proprio rincojonito allora! Nun te dovevi vedè la partita? –

Carlo – Che, ahh scusi tanto sora Alice, è che… cor buio me sò sbajato… (ma guarda un pò dove sò finito! ner letto de la vecchietta der primo piano! E certo, ero troppo stanco…) 
Ecchime sto a salì Martaaaa! –

– SMS: Non vorrei ripetertelo ma mi manchi… – 

Eccola qua, di nuovo a mannà sti messaggini, uff!

– SMS: Angela, ti prego, non farti viva proprio quando sto a casa!- Ecco, spento! Clic…

Marta – Senti un po’ Carlè, ma che c’hai da scrive sempre messaggini? Capisco che li scriva tu fija, all’eta sua, ma tu c’avessi mica per caso quarcheduno che te fa er filo? 

Carlo – Ma che dici Marta! Ce lo sai che sei l’unico amore de la vita mia! (bisogna che sto più attento, questa è capace de venimme a legge i messaggi sul cellulare) 
Mamma mia che serataccia! M’è anche passato er sonno…
Marta, senti un po’, se ci facessimo du spaghettini ajo e ojo? E’ tanto che nun se sta un po’ da soli io e te!

Marta – See certo, (qui gatta ce cova…) intanto metto su l’acqua, tu vamme a prenne il peperoncino in balcone intanto!- Vojo proprio vedè sto messaggino! 
Eccolo qua, oddio come se fa a… Betta! Viè un pò qua a dirme una cosa…
Ecco ora puoi andare, me lo leggo io…
Dunque… senti senti… “Angela” ? Dev’esse quella del palazzo di fronte… la moje dell’impiegato di banca!
Ma… sto zozzone! Je la faccio passà io la voja!- Carlooo! prennine tanto de peperoncino!

– Si si, mò t’o faccio vedè io! Minimo te venghino l’emorroidi e nun te siedi più pè na settimana! Sto farabbutto millantatore che s’è fregato a gioventù mia! Ar cesso ce deve sta minimo un mese, dopo quello che m’ha combinato! Intanto je preparo sto piattino, poi… Je servo pure er finepasto… 

– Toc, toc –

Marta – Ah, eh… chi è?

Alfio – Sora Marta sò er Sor Alfio, che ce sarebbe sù marito? Je dovrei chiedere ‘na cosa…

Marta – Ah … entri pure Sor Alfio! S’accomodi puro su lassedia…

Carlooo! Che stai a fà, c’è il Sor Alfio che te vole!

Carlo – Ecchime, Sor Alfio, che c’è? Ha risolto con la corrente vero?

Alfio – Sì, senta Carluccio, me dica un pò ‘na cosa…

Mica me potrebbe giocà un cavallo domani a Capannelle? Poi non dica nulla a mi moje d’accordo?-

Carlo – Sarà fatto, certo e… quanto je dovrebbe giocà? –

 

Gigi Proietti – Febbre da cavallo

Alfio – Vediamo un pò…! Me faccia pensà, Sor Carlè, diciamo… metà della pensione, và!

Carlo – Basterebbe che ce l’avessi io seicento euri da giocà tutta nà botta…

(Sto cavolo de Sor Alfio, è proprio tirchio, un tempo faceva il portinaro de sto stabile, sta specie de carcere senz’aria andò abitamo, poi ebbe un’incidente e si ritirò a vita beata, ch’a pure sur barabrezza della macchina, il segnalino che ch’anno l’handicappati, mannaggia’ mme, che ai tempi der militare, non me sò fatto furbo quando cascai da quer lancio cor paracadute, io sì che ero bello quando facevo er paracadutista).

– Vabbè Sor Alfio lasci fare a me, ce passo oggi a Capannelle e fò la sua giocata, però se vince, cor cavallo che glie dico io, semmai dividemo la vincita fortunata?  

(Evvai! Così posso ridà li soldi ad Angela!  Eppoi … un giretto da le parti dell’Appia me lo vojo proprio fà, così vado da quer bujaccaro a magnà du bucatini…) –  

Betta – Roma 0 – Inter 2: emmò chi li sopporta quei polentoni! A mà, sò pronti quei spaghetti ajo e ojo?

Marta – A Bè, perchè nun te ne vai un pò a dormì che ciò da dì du cose a tu padre? Potemo sta anche un pochetto soli no? –

Betta – Uffa che pizza! Vabbè però me porto la scheda de sky in camera! –

Marta – Ma portate quello che te pare! 

 

“Una vita difficile” di Dino Risi, 1961 – Alberto Sordi e Lea Massari


SECONDO ATTO

(all’ufficio)

 

Carlo – Ora che me ricordo, però… perchè devo da dà dei sordi ad Angela? 
Sarà che la nottata è annata a fasse un giro, sarà che la Roma m’ha fatto soffrì parecchio, ma ora… oltre ar voto de memoria, che artro voto me sta a capità? 
Mah sì, è ora de pranzo: io sò ancora qua in ufficio, oggi devo fa pure lo straordinario, quei molliconi dei colleghi miei continuano a sfotteme e quer buco che sento è la sconfitta subita. 
Ma deve arrivà er ritorno con quei lumaconi nero-azzurri, poi vedemo se continuano a fa’ i galletti!

Prrrr… riecchice, sto mal di pancia! Sarà pè quella pasta de ieri! Eppoi quella litigata cò Marta! Proprio nun ce voleva! Avesse mica letto il messaggio… Azz… Famme sondà il terreno vah!

-3384550…eppoi mica je devo dì la verità se… 
Amore! come stai ? volevo chied…

Marta – Ah sei tu eh! Nun t’è bastata l’antifona de ieri sera? Guarda che te faccio tornà da dove sei venuto sai! Ce lo so che sei ancora un bell’omo e io … ‘nsomma so un pò vecchia ma certe cose nun te devi permette de fammele scoprì.  Sappi che la prossima sgallettata che te vedo intorno…

Carlo – Va bene amore (accidenti c’è il capo che entra…) d’accordo per l’anniversario ti porto a mangiare il pesce a Fiumicino!

Gasbarri – Valenzi! Ha portato la domanda in segreteria ?  

Carlo – Come dice Signor Gasbarri ? Ah si, beh la domanda per …

Gasbarri – L’anniversario! Non se lo ricorda più?

Carlo – Ah si l’anniversario di matrimonio …

Gasbarri – Ma no! l’anniversario delle Forze Armate! Non si ricorda più quella cosa che le avevo chiesto…Quel suo parente Generale di Torino che veniva a Roma alla parata… 

Carlo – Ah si! Certo, il posto che dovevo chiedere per sua figlia…

Gasbarri – Silenzio! Venga da me ! Per queste cose le avevo chiesto il massimo del riservo! 

Carlo – Ettepareva, che mattinata! Er capo che rompe i cosiddetti, mì moje che sembra mozzicata da na tarantola e mò pure sta panza… Speriamo bene, me ce mancherebbe solo er cagotto nell’uffico de Gasbarri!  

Gasbarri – Si sieda, pure… Carlo, vero?

Carlo – Sì commendatore ma, non si deve preoccupare per quella cosa…

Gasbarri – E chi si preoccupa! Sono in una botte di ferro, vero?

Carlo – Certamente! Con me può dormire notti tranquille!

Gasbarri – Ecco appunto ! Di questo volevo parlarle, caro Carlo. Ho visto che lei è abbastanza addentro a certe cose…

Carlo – Certe … cose? Ah sì i militari, certo…

Gasbarri – No volevo dire… so che lei è pratico di Roma e conosce alcune persone…

Carlo – Sì certo, sono romano di tante degenerazioni!

Gasbarri – Ge-nerazioni, vorrà dire!

Carlo – E che ho detto?-

Gasbarri – Beh insomma, a me pareva che lei potesse parlare con qualcuno pratico di “recuperi”…

Carlo – Recuperi… beh non conosco molto di banche però ho un amico che ci lavora…

Gasbarri – No, che ha capito di furti insomma!

Carlo – Ahh lo poteva dire prima! Che le hanno rubato commendatore?

Gasbarri – Non mi hanno rubato nulla, ma, nel caso, se conosceva chi poteva trattare…un certo articolo…

Carlo – Mi dica…

Gasbarri – Beh sì si tratterebbe di arte… insomma avrei una certa persona interessata a conoscere chi poteva parlargli del mercato dell’arte…

Carlo – Avrei una figlia che studia al Liceo…

Gasbarri – No, non ha capito, a me occorreva qualcuno che conoscesse un pò se c’erano clienti interessati a comprare dei pezzi… unici… ha capito?

Carlo – Ahhh un ricettato…

Gasbarri – … Io preferirei dire “esperto d’arte”, ecco.

Carlo – Naturalmente so che in certi quartieri di Roma è possibile trovare dei veri… esperti in settore…

Gasbarri  – Sa, Carlo, avrei del materiale che può interessare ma… dovrei concludere in fretta perchè pare si tratti di merce di origine un pò incerta…

Carlo – Eh beh, anche io dovrei concludere in fretta un certo affare… può scusarmi commendatore, dovrei assentarmi un attimo e… torno subito!

Carlo – Te pareva! dov’è il bagno! –


TERZO ATTO

(la litigata)

 

Angela – Ahhh, quel porco di Carlo! Prima mi fa le avances, mi corteggia, mi porta a cena fuori e poi… quelle domeniche in cui lui era in “trasferta” con me… Ma ora? Perchè si fa negare al telefono e c’ha le finestre di casa sempre socchiuse… La moglie mi ha guardato stranamente stamattina giù in strada… avrà capito tutto?

Oddio! Speriamo di no… Forse sono stata troppo ardita a mandargli quei messaggi… Ma sì chi se ne frega! Lo voglio tutto per me! Non posso aspettare più, e mio marito… capirà! Tanto a lui le donne…

– Signora Marta! Venga a prendere un caffè da me, la prego! Ma sì, sono sola!

Marta – Ahhh proprio lei cercavo! vengo subito sa! Ho proprio da dirgliene quattro!  

Angela – A me? Ne è proprio sicura? – Stai ha vedere che ha mangiato la foglia, la vegliarda… Mannaggia a Carlo e a quando non cancella gli sms! –

Agnese – Si, si, proprio a lei cara signora. Venga venga, mica penserà che le avveleno il caffè, no? 
(Eggià, non sarebbe mica una cattiva idea… Mah, devo prepararmi al peggio! Magari potrà servire ricordarle di quello che ho scoperto sulla figlia al Liceo dove va… di quando l’hanno scoperta nella stanza dei professori…)

Marta – Ahhh eccola qua! Volevo parlaje di un certo messaggino…

Angela – Quale messaggino Sora Marta (accidenti! ci ha scoperti! emmò che le dico? )

Marta – Lo sa benissimo, sgualdrina! Pensava che non me ne fossi accorta ? Di tutte quelle moine che faceva a mio marito ? Guardi! Se la pesco ancora a fare la civetta con Carlo… vedrà quello che je combino, a lei e a quel suo maritino!

Angela – Lei che ne sa di quello che provo per Carlo! E poi lei… si guardi un pò! Non vede che ormai è vecchia! Nessuno se la fila più una come lei! E buona solo per fare il brodo! E poi non si permetta di dare a me della sgualdrina! Lei che è la madre di quella lì…

Marta – Che cosa! Ma senti un pò sta sgallettata che si permette di dire! Prenda questo! E questo!

Angela – Noooo! che fa! Stia buona… facevo per dire su…

Marta – Eh no! Sono ancora buona io! c’ho ancora tanta forza sa! Ecco! Prenda questo!

Angela – No le unghie noooo! Il mio visooooo!

Marta – Ahhhh adesso è peggio di me, vede! Ora con quella faccia neanche a suo marito piacerà!

Angela – Noooo cosa mi ha fatto!

Marta – E’ quello che si merita una zozzona come lei! Ora vada pure a farsi vedere in giro! E se nomina ancora il nome di mia figlia verrò a darle il resto!
Sta’ Zoccola!

 

Gabriella Ferri – voce di Roma

 

 


QUARTO ATTO

(di nuovo all’ufficio)

 

Angela – SMS: Amore… è tutto finito! Tua moglie ci ha scoperti… Vado via, per un pò… Non cercarmi. A.

– Ci sarà da ridere…. come minimo si fa pari e patta, voglio vedere se ha il coraggio di sputtanare sua figlia!

Aspetta, sarà meglio che avvisi Carlo, che non gli venga in testa di passare di qui proprio ora!

– SMS: viene tua moglie a casa mia. –

Carlo – Mammasanta! Mi moje a casa de Angela! E che ce va a fa’.  Cor caratteraccio che c’ha stai a véde che vola anche quarche ceffone! E mo che faccio? Aspetta un po’…

– 06752… Driiin:  Marta, amore, che me lo faresti il piacere di passare dal sor Giggi il calzolaio a sentire si me ha riparato quelle suole? Domani debbo fare un servizio al principale e me devo da vestì bene!

Marta – Ma li… C’hai anche il coraggio de chiedermi di fatte un piacere? Ma ancora nun hai capito? Vatte a fà sturà le orecchie da quella… è meglio che me sto zitta, tanto ora me sente anco lei!

Carlo – Ah dunque… tutte ste cose m’hanno un po’ scombussolato la capoccia e io che sò marito e amante, fedele solo a la  Maggica… proprio devo da famme un resoconto… Dunque, dunque ero arivato… sì ecco Marta.

L’ho conosciuta dar Tarlo, che se stava a venne li mobili de la Sora Alice, la vecchietta der primo piano di Via Torrespaccata…

E quante ne aveva combinate pel quartiere… E dire che l’ho sposata pè… e chissericorda più!

Carlo – … Martaaa! Eddaje, risponni ar telefono!

Marta – Ancora tu! Hai capito o no che nun è aria! Clic, tu tu

Carlo – 06725… Marta!

Marta – Aridaje! Se torni a casa preparate che te corco de botte! Clic.

Carlo – Acc… s’è proprio incazzata! Emmò che m’envento?

Carlo  – 347512…. Pronto, Bè!

Betta – Ah vecchio, chevvoi?

Carlo  – Senti principè, che ne diresti de parlà un pò cò tu madre, che s’è imbestialita pè na storia de…

Betta – Corna!

Carlo  – Aho, nun te permette che sò tu padre!

Betta – Effallafinita!

Carlo  – Ah Bè pe la memoria de nonno Gasperino, famme sto favore, eppoi nun te ricordi che Angela sa di quella storia cor professore…

Betta – Embè! E sti…

Carlo  – Ah Bè, nun ce provà che se scopre tutto annamo a gambe all’aria tutt’eddue!

Betta – Evvabbè, mò je telefono…

Carlo  – Brava! Daje che simmelammorbidisci un pò te faccio un bel regalo!

Betta – Seee come quella sola dell’artra volta! No grazie! Clic.

Carlo  – 06725….Ah mà! Ce sei? Arisponneme!

Marta – Pronti! E tu che chiami a quest’ora non c’hai da lavorà col professore?

Betta – In… che senso mà?

Marta – Che nun c’hai da fà nulla? Com’è che mò me chiami pure te? Che t’ha detto quarcosa quer fusto de tu padre?

Betta – Ah mà, emmò che è successo?

– SMS: Via libera, ma… aricordate la promessa! TVB-

Carlo  – Eddaie Bè… sei proprio ‘na forza!

Famme sentì un pò er commendatore ora…

Eccomi Commendatò! Dicevamo… Pè quella cosa là nun se preoccupi…

Gasbarri  – Entri Carlo… aspetti un attimino che spiccio una questione con la segretaria…Ecco! Le dicevo… quelle firme le porti al Cavaliere su che ora sono occupato… (si sieda!)

Ecco Carlo dovrebbe parlare di una certa raccolta recuperata in un casolare di Tarquinia da un … amico mio… a quella sua conoscenza… si tratta di roba etrusca, sa! Ma… mi raccomando! Non faccia voce a nessuno, sa, io sono solo un intermediario…

Carlo  – Nun se deve preoccupà commendatò! So mejo de ‘na tomba etrusca!

Gasbarri  – Scccc! arriva Carla, la segretaria… Ci sentiamo domani!

Carlo  – Comandi ! E… per quell’avanzamento…

Gasbarri  – Non si preoccupi! E’ cosa fatta!

Carlo  – Evvai!

 

Angela  – 0685422… Pronto, Alfonso? Sei occupato? Senti tesoro, mi ha appena chiamato mamma e mi ha chiesto di andare a darle una mano per la conserva dei pomodori su al paese…

Alfonso – Ah la mamma! Va bene e … quando intendi tornare? Sai c’è quella cena domani con l’associazione…

Angela  – Ah già, la cena… Sai amore, dovrò star là per tutta questa settimana perchè c’è molto da fare e poi non vorrei che mamma avesse di nuovo problemi con la gamba… con quella flebite: ricordi l’anno scorso che tormenti che le ha dato? E che sono dovuta andare a star con lei all’ospedale…

Alfonso – Va bene… andrò da solo allora!

Angela  – Ok io sto partendo… ti lascio il sugo in pentola e la pentola con l’acqua dentro… devi solo accendere il fuoco!

Alfonso – Angela! (Ricordati che devo restituire i soldi!)

Angela  – Ma certo… i soldi… te li faccio portare appena posso ok ?

Alfonso – Mi raccomando! Se no passo i guai! Fanno i conti a fine settimana!

Angela  – Va bene, va bene! Clic.

– SMS: Ricordati di quel prestito… Devi portarglieli tu entro domani, io parto! –

Carlo – E te pareva che nun me lo ricordava! Emmò che je do? I soldi ce sarebbero pure…

Giulio! Hai già fatto le consegne per oggi ? Viè qua quanno hai finito, che me dovresti portà un pacchetto a una certa persona…

Giulio – Come vole ma se ricordi che stacco alle cinque stasera, che c’ho da fà all’officina de mi padre…

Carlo – Se, see… l’officina eh! Come se nun te conoscessi ! Va bè ripassa dopo!

– 0671544… Ahò, ce sta er Bruco ? Si, sta alle stalle ? Aspetto… (due minuti di casino in sala… e poi…)

Settimio – Ecchime, chi vole er Bruco ? –

Carlo – Ah Settì, sò Carlo, senti un pò… me servirebbe de puntà na certa cifra pè… oggi pomeriggio…

Settimio – Ma i soldi nun ce l’ho, ce l’hai tu, capito?

Carlo – Sò quelli che me devi da ridà pè quel brocco che m’hai rifilato l’artra vorta!

Settimio – Ahò ma che stai a dì… Carlo! Simmai sei tu che me dovresti da pagà l’artra giocata der mese scorso…

Carlo – Va bè, va bè, come si nun t’avessi detto gnente… Cerca de famme avè una giocata fasulla che nun c’ho i soldi… capito?

– E come che nun t’ho capito! Sei un sola! Vabbè vedo che posso fa cò quell’animale che s’è azzoppato l’altro mese… Simply Red!

Carlo – Evvada pè Simply Redde su la prima!

– E… me raccomanno! Eh!

Settimio – Vai trànquillo…

Carlo – Mannaggia a la pupazza! Come faccio a ricordamme tutte ste cose? Me dovrò prendere un’aggenda pe’ segnamme tutto… Vediamo un po’: Betta m’ha detto che posso rientrà a casa: che faccio, je porto du fiori a Marta o sarà mejo de no che magara me li tira dietro? Mejo de no…
Devo da chiamà er Tarlo pel quadro del dottore, e deve annà bene che sennò me gioco l’avanzamento…
Debbo star dietro ar Bruco che nun m’abbia a fà uno scherzo e poi so’ guai neri!
Mamma mia che casino!

Angela – SMS: allora ci sentiamo al ritorno, mi raccomando i soldi! –

Carlo – SMS: stai tranquilla Angela, ce penso io. –

Ma che vole questa! Li sordi, li sordi! Ecchè pa… lassamo sta’, speriamo bene cor Bruco.

– 06725…Drin driin driiin driiiin…
Ahò, qui nun risponne nessuno, dov’è ita Marta? E poi che c’ha da uscì, ‘ndò deve annà! Famme provà sur cellulare…

– 3384550… Drin driin driiin driiiin…
Manco qua risponne! Mo me fa mette’npensiero!

– 06728… Drin driin driiin …

Alfio – Pronto!

Carlo – Pronto, sor Alfio? So’ Carlo, che per caso c’è mi moje? Nun me risponne da nessuna parte! Tante vorte fosse venuta a fà du chiacchiere co su moje…

Alfio – No sor Carlo, nun l’ho proprio vista. Aspetti che sento Giulia… Giulia, Giuliaaa (ce vo pazienza, è un po’ sorda).

Giuliaaaaaaa, che l’hai vista la sora Marta?

Giulia – None, oggi nun se semo viste nimmeno pè fà la spesa!

Carlo – Si la vedete le dite che sto venenno a casa?

Alfio – Va bene sor Carlo.

Giulia – Ah Ah Ah Ah! Sémo stati bravi vero, sora Marta! Così se fa… deve d’avè ‘na lezione quer poco de buono! Falla soffrì così, povera donna!
Mo c’ha da cercalla e vediamo si capisce l’antifona!

 


QUINTO ATTO

(All’ippodromo di Capannelle)

 

Nino Manfredi – Carabiniere a cavallo


Appuntato Settimio Cianfardoni, detto “er Bruco“… venga un pò qua, se faccia vedè un pò dar maresciallo Feltri, che le vole da parlà!

Settimio  – Maa… veramente appuntà c’avrei premura, sa, la sala corse è appena aperta e c’ho da lavorà, io!

Appuntato – Nun se ne incarichi, che la fanno sostituì, pè mezz’ora… Venga, venga con me de fori che c’è il maresciallo che je vorebbe da chiede du cosette…

Settimio  – Ahò Ezio! Famme un pò un favore va! Torno subito! (mattugguarda che me doveva capità proprio adesso!) Ecchime sto a uscì da dietro eh!

– SMS: ah Carlè, arangiati c’ho da fà co’ la madama!

Maresciallo – Allora! Se move o la devo fà arestà, de nuovo! 

– Ah sì ecco marescià! Sa com’è quanno inizieno le corse c’è sempre da fà…

Maresciallo – Certo, c’è sempre da fa… quarche affare, verò Bruco? 

Settimio  – Ah marescià, Settimio da quanno è sortito dall’hotel ha sempre rigato dritto…

Maresciallo – Sicuro, sicuro… è per questo che ogni tanto se famo vedè… pè faje i complimenti ar Bruco! Ma mi racconti un pò come ha fatto a pagà tutti i debiti che c’aveva e pure gli alimenti a la sora Erminia… A noi ce interessano ste cose, sa com’è, semo statali e magara pure a noi ce farebbe comodo capicce un pò de sta “finanza creativa”!

Settimio  – Ma che finanza creativa, marescià… è che… er nonno ha scucito quarche testone e… sò riuscito a mette da parte quarche entrata extra, sa com’è, un lavoretto qua e uno là… ma tutti puliti, tutti in nero, marescià!

Maresciallo – Certo, puliti puliti! (sghignazzando)…

Ah Bruco, sta in campana che te tengo d’occhio! Intesi? E… se m’arriva voce che hai fatto quarche magheggio in sala corse te faccio fà un bijetto de sola andata pè l’albergo, intesi ?

Settimio  – Intesi, intesi… Posso annà ora marescià ?

Maresciallo – Vai, vai!

Settimio  – Ah Ezio, ecchime! (sti ‘nfami!) a che punto semo?

Ezio – A la seconda corsa!

Settimio  – Ma li mort…! E mò che je dico a Carlo? –

– (Voce al microfono): “Vince la prima corsa Simply Red seguito in ordine da Vezzano, Nuccio, Claire Valentine, Yawa, Arco, Golden Fleece…” –

Settimio  – Porca… nun ho fatto a tempo manco a fa la puntata!

Carlo – 347545… Ah Settì allora? quanto ho fatto?

Settimio  – Ahh… Carlè c’è stato un imprevisto… nun c’ho la puntata e Simply Red ha pure vinto!

Carlo – Ahò ma che stai a dì! Senti famme capità li soldi sinnò…

Settimio  – Ah Carlo ma che voi? Mica è colpa mia se quer maresciallo…

Carlo – See mo me rifili n’artra vorta quella storia der maresciallo! Se te pijo! (Clic).

– E mo’ come faccio! Che je racconto a quella! ‘Ndo cavolo li posso trovà sti sordi!

Mannaggia’mme e quanno me sò messo in ‘sto casino, me potevo storce un piede quella matina!

Mo vado dar Bruco e jene dico quattro…. ma… si poi er maresciallo c’è davvero e me fa quarche domandina puro a me?

Ma li mor… mò pure st’artra, che nun se fa trovà… famme riprovà!

– 06725… Drin driin driiin…

Macchè, niente da fà. Quasi quasi vado a casa e guardo si tante le vorte c’avesse quarche liretta nascosta… Oh! poi je rimetto tutto a posto, solo un prestito pe’ quarche giorno…

 


SESTO ATTO

(l’epilogo)

 

Alfio – (Nel dormiveglia ovvero: alcuni messaggi inconsci che arrivano alla psiche di Alfio…)
E chi avrebbe creduto mai che quel brocco di cavallo che mi ha consigliato Carlo andava a vincere! Stavolta la pensione l’ho investita proprio bene! Quando lo vedo gli debbo proprio chiedere quanto son riuscito a farci!

E pensare che quel furbacchione crede che non mi sia accorto di tutte le magagne che ha combinato da quando gli ho dato la casa in affitto! Mi pagano sempre in ritardo e poi stanno sempre a fare i paraculi con la povera moglie mia che per quieto vivere lascia correre tutto! 
Ah ma quando incasso questa vincita gli do il benservito! Hanno finito di turbare l’onorabilità della mia casa! 

Giulia – (altri messaggi che arrivano alla Sora Giulia)
Mah chissà perchè la povera Marta sta ancora con quel buono a niente di Carlo! Dopo tanti anni di matrimonio l’unica novità sono le corna che gli rifila con questa o con quella…

Però è ancora un bell’uomo gagliardo… Ahh mi ricordo quella volta che venne a portarmi la spesa…
Non mi sentivo tanto bene e Alfio si era procurato una slogatura alla caviglia. Mi mancavano alcune cose in casa e non sapevo come fare, non me la sentivo proprio di uscire.

Poi avevo sentito il solito baccano per le scale – era Carlo che scendeva e salutava Marta – e l’avevo chiamato. Mi aveva chiesto subito se avessi bisogno di qualcosa; mi vergognavo a chiedere ma lui aveva insistito. Dieci minuti dopo era tornato con il pane e il latte… e un bel tulipano che aveva sfilato dal vaso del fioraio. 
Avevo sentito le guance che si infuocavano – arrossisco sempre – e l’avevo ringraziato. Nel suo dialetto colorito mi aveva detto di non fare complimenti, lui era sempre a mia disposizione! 
E’ vero che è un gran paraculo, ma è così gentile! 
Alfio vuole mandarli via, Marta si lamenta sempre (la capisco, ha più corna di un cesto di lumache!), ma in fondo è una gran brava persona, senza contare che ci potrebbe anche capitare di peggio!

Marta – Ahò, me sò proprio annata a cercà er più fijo de mignotta der quartiere! E pensà che m’ero innammorata ar primo colpo! Quanno ho visto Carlo dar Tarlo la prima vorta me pareva un fiore! E io che me vergognavo d’esse vista come una ladra! Invece lui me diede subito er primo appuntamento ar Pincio… E che galante quanno me portò quei fiori! Eh si, era proprio un paraculo ma lo amavo… io! E tutte le vorte che me tradiva speravo sempre fosse l’urtima vorta! Ma mò basta!

– (rumore di  piedi strascicati: cade al buio un mazzo di chiavi per terra)

Ma… ecchilo! senti che stà a tornà in casa! Mò me sente! 


Carlo – Martaaa!

Marta – E tu che stai a fà? Pecchè stai ar buio ? Asp… Ahhh, che c’hai in faccia! Chi t’ha pistato! 

Carlo – Ah Marta! …m’hanno corcato de botte du’ giovani sotto ar bar… forse sò amici der Tarlo…

Marta – E perchè, je dovevi da ridà dei soldi ?

Carlo – Eh… sì sai c’avevo plescia de n’anticipo! 

Marta – E quelli t’hanno dato gli interessi!  – Viè qua in bagno che ti medico…

Carlo – Ahia, nun preme che me fa male! 

Marta – Nun preme? E’ mejo che stai zitto va! 

Carlo – Ahiaaa, Ah Marta! Che te ce metti pure te! 

Marta – Mò che te finisco de medicà te pisto pure io! Porco! 

Carlo – Si… vabbè nun fiato più allora! 

Marta – Ecco, è mejo! …finito! Te ce vorebbe una bistecca ar sangue in faccia, ma nun ce sta, e nimmanco te la meriti! Annamo a dormì, va, che pè oggi già so successe troppe cose… 

Carlo – E… dove me fai dormi ? 

Marta – Dove te faccio dormi ? Nun te lo meriteresti ma… nun c’ho voja de dormì sola. 

Carlo – Quanto sei bona Marta! Viè qua che…

Marta – Statte fermo sinnò te butto giù dar barcone! 

Carlo – Vabbè, vabbè… nun te incazzà!

Marta – E dormi va, che è mejo! 

– E se te ripesco ancora n’artra vorta a fa lo scemo cò quella…!

Carlo – Noo e quanno ce ricasco!

Betta – Ah mà! Stavo collegata a Internet ed è partita la corrente! 

Marta – Aridaje! Ah Carlo! Và a vède un pò giù… che aria tira!
Mi sa che hanno staccato n’artra vorta la corrente ar Sor Alfio!

 

 

 

E SI CHIUDE IL SIPARIO…

 

Un racconto scritto su aNobii da Dous, Cele, Angelica, Faustina40, Monica67, Evilla Prunella.


Finalmente la tempesta!
Moira si sentì sollevata non appena sentì la pioggia battere selvaggiamente sul terreno fuori dalla sua vecchia casa. Tuoni, vento, freddo. Da troppo, troppo tempo si era respirato solo sole: quale peggiore solitudine per una strega?

Moira non era una strega qualunque, possedeva soltanto la conoscenza e qualche piccolo incantesimo.
Il suo aspetto era molto diverso dal resto della sua famiglia, aveva l’aria mite e gentile, ma era un vulcano di idee.
La sua nascita, il suo aspetto angelico avevano dapprima, stupito tutti, tanto che la sua famiglia l’aveva un po’ esclusa dalle loro riunioni: non riuscivano a capacitarsi di cosa potesse essere successo. Quale strano incantesimo aveva fatto sì che una strega avesse l’aspetto di una fata? Ma poi era proprio una strega?

Moira aprì la porta e rimase a guardare il temporale.

I lunghi capelli corvini ondeggiavano al vento, i lampi si rispecchiavano nei bellissimi occhi neri. Questo il suo peccato: era nata di indole incredibilmente buona. Diversa dalle altre, così da essere emarginata, e confinata nella casa della montagna per sempre.

Come in tutte le favole e come in ogni mondo incantato quello di Moira appariva ai suoi piccoli occhi il riflesso della sua anima buona.
E così aprendoli osservava quanto di meglio potesse esserci, per poi richiuderli sperando che al prossimo istante le cose sarebbero state migliori.

Provò ad alzare un dito verso il cielo e nell’esatto istante in cui alzò il suo braccino scoprì che dal dito mignolo lampeggiava una lucina blu, proprio come l’ultimo lampo comparso nel cielo. Provò con l’altro braccio e in quell’istante una piccola nuvola si mosse dall’orizzonte per raggiungerla. Stava sognando?
No.
Aveva scoperto il dono di chiamare come pecore quelle nuvole candide come lana.
E di parlar loro nella lingua che avrebbe inventato.

Tutti i pensieri che le sorgevano nel cuore erano pensieri buoni e diceva tra sé e sè:

“se posso chiamare le nuvole posso far piovere dove la terra ha sete…”

E intanto due lacrimoni le scendevano dagli occhi perchè sentiva che questo la allontanava ancora di più dalla sua famiglia.

Con gli occhi al cielo diceva:
“nuvole, dolci nuvole, cosa posso fare per farmi amare?”

E fu allora che piansero, le nuvole, e col loro sentimento dissetarono quei lontani terreni riarsi che da secoli la natura aveva condannato.
Il frutto dell’amore piangeva sulla terra che l’aveva dimenticato.

Moira soddisfatta del suo incantesimo, si mise a contemplare la natura sopra le dune.
L’aria era di nuovo fresca, la vita rinasceva come ogni volta dopo la pioggia, il vento le scosse i capelli e sorridente si addormentò.
Si ritrovò da lì a poco in un luogo meraviglioso.

Era il paesaggio mutato dall’acqua, era una natura rinata dall’aridità e dal’abbandono. Era il fiorire di una nuova speranza per lei.

Osservando il paesaggio lussureggiante notò che il terreno reso soffice e morbido dall’abbondante pioggia presentava in più punti dei buchi, dei fori all’apparenza profondi di varie forme e dimensioni.
Si chinò e iniziò ad osservarne uno a forma di caramella.

All’interno del buco, Moira fu attratta da un oggetto luccicante, era una teiera, la prese, ne sollevò adagio adagio il coperchio e ne uscirono dei fiori bianchi di sambuco, che, come risvegliati da un lungo sonno si sollevarono dall’interno della teiera fino a formare un albero, verde e profumato.

E conobbe le meraviglie dei colori che si risvegliavano dal sonno, scoprì la nascita della vita nelle forme più incredibili e nei posti più impensati.

Ora che aveva conosciuto quella meraviglia, Moira sentiva che doveva continuare il suo viaggio alla scoperta di nuovi incantesimi.
Continuò a camminare mentre il terreno si ricopriva di erba verde, scintillante di magica rugiada e di corolle multicolori dal profumo inebriante. Proseguì a lungo, estraendo di tanto in tanto nuovi fiori e piante dalle magiche buche sul suo cammino, fino a quando arrivò al limitare di un bosco; due salici, unendo i loro rami in un magnifico intreccio formavano un ingresso: Moira decise di varcare quella soglia.

Nessuna porta resta incustodita. Le si parò davanti una figura alta, triste, glaciale. Nascosta da un mantello nero le bloccò il respiro e la strada. Ebbe paura.

Poi, quando un raggio di luce riflettendosi su una foglia rimbalzò per caso in quella direzione, riconobbe un viso che le era familiare.
Era proprio lui.
E la sua voce glie lo avrebbe confermato.
Il suo profilo inconfondibile gli apparse ricordandole le ultime parole che suo nonno disse prima di morire:

“tornerò a vederti”.

E ora disse,

“Mi hanno affidato il compito di custodire questo luogo, nell’attesa del tuo arrivo”.

La reazione di Moira fu un misto di gioia e spavento.
Mai e poi mai aveva creduto vere le parole del nonno.
Dopo i primi istanti di smarrimento si protese verso il vecchio per abbracciarlo ma qualcosa di invisibile glie lo impedì. Era la fitta ragnatela di un ragnetto.

Quel ragnetto così piccolo e grigiastro, le parlava.
Lei non riusciva a crederci, dapprima la cosa le sembrò strana, poi rasserenandosi si avvicinò, ascoltandolo.

“Ora ti racconterò la storia del bambino curioso”, le disse il ragnetto e proseguì:

“Era un bambino pressappoco della tua età, Moira. Era un bambino molto capriccioso. Ogni mattina si svegliava chiedendo cose impossibili:
-Voglio una mela blu!!
-Voglio una cintura di raggio di sole!!
La mamma alle richieste continue del bimbo, stava impazzendo”…

Moira amava tanto le favole: era il nonno che gliele raccontava quando era piccola per farla addormentare. Non voleva perdere neppure una parola del racconto del ragnetto. Fece per sedersi sul prato e i fiori si piegarono per farle un cuscino affinchè potesse stare più comoda.

“Racconta ragnetto… ti prego! “ Gli disse.

“La mamma cercava in tutti i modi di accontentare il bambino ma i suoi desideri erano impossibili da realizzare. Questo la rendeva così triste che la notte, quando finalmente il bambino dormiva, andava nel bosco vicino e piangeva, piangeva”…

 

A questo punto interviene una pausa pubblicitaria.
Si aprono le luci e il narratore si assenta per andare a recuperar delle noccioline.
Moira sbuffa tirando su non si sa da dove il cellulare e comincia a inveire col fidanzato che gli da l’ennesima buca.
Il pubblico intanto si ventila con quel che gli capita sotto mano per via dell’assenza dei condizionatori.
C’è qualcuno che a cavallo di due sedili si improvvisa showman con gli amici e ripete qualche scena della fiaba.
I pochi bambini presenti corrono divertiti tra le file di poltrone brandendo le stecche dello zucchero a velo a mò di bacchetta magica.
Poi si attenuano lentamente le luci e tutti ritornano automaticamente a sedere.
L’ultimo chiude la porta.

Un racconto scritto su aNobii da Dous, Cele, Cicabuma, Angelica, Faustina40, Evilla Prunella.

La stanza era in penombra.
Lunghi teli bianchi proteggevano i mobili dalla polvere.
Erano passati diversi anni dall’ultima volta che Lilli era stata in quella casa.
Durante il viaggio una strana ansia le aveva attanagliato il cuore ed ora, con la mano sulla maniglia della porta, si domandava se aveva fatto bene a ritornare: quanti ricordi!

Stava lì, sull’uscio spalancato, con la mano che teneva fissa la porta, quasi nel timore di perdere l’ultimo contatto col presente che l’aveva vista l’ultima volta entrare.
Stava lì, a guardare come per cercare la corrispondenza col quadro che s’era fatta l’ultima volta ch’era partita.
Per non tornarci più.
Ed ora tutte le memorie del tempo vissuto in quella casa si affollavano nella sua testa sotto forma di immagini, suoni e fragranze.
Un intenso odore di polvere e muffa le riempì le narici, facendola tornare alla realtà. C’era molto lavoro da fare e Lilli voleva incominciare subito.

Cominciò allora a perlustrare quelle stanze cercando di non ferirsi coi ricordi che lentamente emergevano.
Abbandonò l’ingresso per entrare in un salone in stile belle epoque dove la luce filtrava da finestre chiuse in maniera appena sufficiente.
Ne aprì una e poi un’altra facendo entrare l’aria di settembre in quella casa senza tempo.
I colori cambiarono improvvisamente e le pareti sembrava respirassero quell’affronto atmosferico come sorprese piacevolmente dopo anni di letargia.
Ora guardava quel salone e le tornavano in mente quelle feste da ballo in cui scendendo dalle scale le si presentava agli occhi il mondo intero.

Degas - Danzarice sulla scena

Degas - Danzarice sulla scena

Passò davanti al grande specchio della sala e girò lo sguardo verso la finestra: il suo riflesso sui vetri aveva negli occhi quel suo viso di ragazza, la sua figurina esile, i suoi capelli castani: quasi non voleva continuare a vedere!

Tornata a guardare lo specchio appannato vide un volto segnato dalle rughe, la figura un po’ appesantita, i capelli bianchi, ma lo sguardo era ancora vigile e un po’ sbarazzino.

Ma a quale specchio volgere lo sguardo ?
Quale l’immagine vera e quale l’età giusta ?
Questo proprio non lo sapeva, Lilli, perché l’età che ricordava di avere entrando in quella casa stregata sembrava fosse improvvisamente cambiata.

Impaurita, turbata, indietreggiò. Le sue gambe furono fermate dal contatto con qualcosa di spigoloso, di legno. Era un antico baule. Dimenticando la perplessità e si affrettò ad aprirlo. Conteneva alcuni dei suoi vecchi ed un tempo bellissimi abiti da ballo. Ormai erano ridotti a cimeli polverosi e un pò strappati, ma, come ne tirò fuori il primo, magicamente esso prese le forme e i colori di un abito nuovo.

Spaventata si ritrasse lasciandolo cadere dove l’aveva preso, e questo tornò ad esser polvere grigia tra i cimeli.
Non voleva credere di esser finita in un racconto magico e tornò a guardare tutti quei mobili che come fantasmi restavano silenziosamente coperti da quei teli bianchi.
Cominciò quindi a scoprirne uno e poi un altro ancora e il salone cominciò a riprendere forme più normali.
E poi ci fu qual fatto.

Sentì la musica provenire dall’ultimo fantasma ricoperto.
Quella musica… era proprio quella! Non le era mai uscita dalla mente e dal cuore.
In un angolo della sala si accese una delle grandi lampade a stelo: si sentiva un brusio sommesso, come se la sala fosse piena di persone che si scambiavano sottovoce piccoli pettegolezzi in attesa dell’ospite d’onore.
Poi la luce si spense di nuovo e tornò il silenzio.

Fu allora che tolse l’ultimo lenzuolo scoprendo un pianoforte a coda color bianco laccato.
Quel pianoforte ch’ella suonava da bambina davanti ai suoi spettatori ed assieme a Lucy, la sua insegnante di pianoforte.

Due ragazze al pianoforte - P. A. Renoir

Due ragazze al pianoforte - P. A. Renoir

 

Lilli era sicura che Lucy fosse qualcosa di più di una semplice insegnante: era una fata!
Anche adesso, che era ormai più che adulta e aveva smesso di credere nelle favole, era tuttavia ancora convinta che Lucy fosse una fata vera.
Si ricordava di quella volta volta che, insieme a lei scoprì l’emozione delle note d’autunno, che come per il vento sollevano le foglie e le portano a volare senza peso.
E quelle note magiche che Lucy sapeva inventare avevano la capacità di azzerare ogni peso e far viaggiare Lilli in luoghi magnifici ed inesplorati.
Non vide più la sua fata di un tempo da quel giorno in cui venne a farle visita quel suo lontano cugino.
Si era addormentata sul divano, e aveva sognato di camminare nel bosco e di poter parlare agli animali, incontrar folletti e mangiare frutti di tutti i colori più strani. Poi, quando si era svegliata, come per magia, aveva ancora la gonna macchiata di terriccio.

Che fosse dovuto proprio a Lucy quel prodigio che stava accadendo? Dopo tutto quel tempo? Eppure credeva che i sogni non esistessero più.

Si risvegliò da quel sonno meraviglioso sulle note di una dolcissima melodia ed aprendo gli occhi vide suo cugino che sorrideva.
Il cugino la invitò a ballare e lei, innamorata dell’amore, volteggiò nel salotto, accanto al pianoforte bianco mentre la fata suonava.

Suo cugino Nicholas era uno dei giovani più amati e promettenti del luogo.
Da poco rientrato da Cambridge dove si era laureato, aveva deciso di iniziare la sua vita nella cittadina che aveva dato i natali ai suoi genitori adottivi.
Eh sì, era suo cugino, anche se in realtà non lo era davvero!
I suoi zii l’avevano adottato quando aveva poco più di quattro anni: questo l’aveva scoperto solo in seguito, lei che l’amava e l’adorava, e che oggi poteva ancora sperare.

Poi la vita le aveva cambiato le carte in tavola.
Lilli era entrata in un famoso collegio per finire gli studi, Lucy si era trasferita in città e di quel suo  cugino non aveva saputo più nulla per tanti anni. Lei conservava nel cuore il ricordo di quel ballo.

Poi c’era stato l’incontro con Daniel e quel che le era sembrato il primo grande amore si era pian piano sbiadito. Ma ora, davanti a quella porta, era tornato prepotente.

L’ondata di tutti quei ricordi ed i pensieri che ne derivavano avevano portato su un piano eterico Lilli.
Ma cos’era realtà, cosa fantasia e quali persone avevano ancora peso nei suoi sentimenti ?
Stava ballando col cugino o col suo ricordo?
Ma quella musica era reale, non poteva non esserlo e quel profumo era lo stesso di tanti anni prima!

Chiuse gli occhi, respirò profondamente, sentì la musica di Lucy e ritornò fanciulla.
Quelle speranze, quei sogni, quelle emozioni erano ritornate. Come in una macchina del tempo si ritrovò fra le braccia del cugino a volteggiare.
Quando riaprì gli occhi si accorse che quel bacio che avrebbe voluto dargli da sempre lo avrebbe ricevuto tra pochi istanti.

E così avvenne.

Il bacio - G. Klimt

Il bacio - G. Klimt

Non so dirvi se fu tutto vero o pura, semplice, immateriale fantasia.
Posso soltanto raccontarvi che in quell’istante per Lilli il mondo scomparve, non vi fu più notte nè giorno, ma solo una luce rosata che li circondava; dei soffici sospiri, della gioia palpabile e tanti, tanti fiori.
Loro due con quel bacio erano diventati due rose.

 

Un racconto di Dous, nato con la collaborazione di Faustina , Angelica e Monica, su aNobii.
Le immagini sono state reperite da
Google  al fine di llustrare personaggi, luoghi e popoli. 
Sono stati inseriti collegamenti dinamici al dizionario online Wikipedia per una consultazione dei contenuti relativi.


1. Il principe sognatore
 

 

 

Prince charming (1998 oil on canvas)

Prince charming (1998 oil on canvas)

  

Dove muore una storia ne nasce poi un’altra,
come le onde che spingono le altre e poi spariscono,
per rinascere più in là, con la loro cresta bianca
e il loro inguaribile ottimismo di giungere a destinazione”.

Era seduto su una sdraio e guardava lontano lo spettacolo eterno, scrivendo qualche frase sul suo taccuino.

Maurice Levallois
era un giovane principe di una antico casato che si stava estinguendo, grazie a lui.
Quel periodo di pausa dei suoi studi scientifici lo avevano portato sulle rive liguri, assieme al suo gruppetto di amici inseparabili.
Jean l’eclettico artista bretone, Annette la ex cantante d’opera parigina, Priscille la critica d’arte marsigliese senza lavoro, Gustav il principe prussiano decaduto e Stanislav il suo geniale aiutante.
Quel gruppo di amici di lunga data altalenava le giornate di ozio a quelle ben spese nel fuggire ai creditori.
Maurice era un sognatore che non aveva ancora scoperto dove finissero i sogni e dove iniziasse la realtà.

Un giorno sognò che si trovava in un paese in riva ad un lago…

In cima alla collina c’era una piccola chiesetta, dove era già stato con la sua amata, e si erano ripromessi tempo prima di tornarvi assieme e suggellare il loro amore.
Uscendo dalla chiesa si diressero verso il prato vicino. Il sole splendeva alto, era aprile e un soffio di vento le sollevava i capelli: Anne era bellissima, il suo viso dai lineamenti tristi riluceva splendidamente ai raggi del sole che le illuminavano gli occhi.
Le sorrise e la baciò.

Ma di lì a poco, Maurice si destò ricordando il volto della sua amata Anne, che non c’era più, lontana chissà dove.
Lui la pensava e la desiderava ancora.

Dov’era finito il loro amore?”

Si chiedeva ancora Maurice.

Dove finisce l’amore
che le onde del mare portano con loro,
s
trappandolo dagli occhi degli amanti ?”

Scrisse ancora su quel taccuino, che era ormai divenuto il suo muto compagno di sogni.
Anne era lontana e non era mai facile sognarla senza provare dolore riaprendo gli occhi e non vedendola lì al suo fianco.
Il suo dolore si acuì pensando all’ultima lettera della sua amata, in cui lesse del suo addio e della sua partenza per la lontana Africa.

Poi il suo amico Gustav, bussò alla porta, entrò e gli diede una notizia improvvisa.  

 

2. Il viaggio improvviso

Maurice trasalì, il suo odiato zio Gerard, era morto, e tutti i suoi beni presto sarebbero passati nelle sue mani.
Dove l’avrebbe portato quel cambiamento di vita ?
Pensò rapidamente a tutti i creditori che attendevano questo momento da tanto e ai suoi amici che lo avrebbero aiutato a dissipare quello che eventualmente sarebbe rimasto dell’ingente patrimonio.
Trattenne Gustav accanto a sè e finse di apprezzare quella notizia, per guadagnare tempo e venire a capo di quella situazione nuova.
In realtà il principe non amava i cambiamenti che non gli fossero stati presentati con qualche mese di anticipo. Dei creditori poi non gli importava nulla !
Non aveva mai avuto timore di quei miserabili, che avevano fatto di tutto negli ultimi tempi pur di portargli via i suoi beni e i suoi ricordi più cari. Ma la cornice col ritratto della sua amata era lì, accanto al suo letto: il ricordo di Anne non l’aveva mai abbandonato, almeno non ancora. 

All’improvviso la decisione: la speranza di ritrovarla era talmente grande, che sarebbe assolutamente dovuto partire per l’Africa !
Non voleva attendere le lunghe procedure legate al testamento che lo avrebbero riportato necessariamente a Parigi.
Uscì dalla stanza trafelato, doveva raggiungerla, ovunque ella fosse.
Si diresse velocemente verso il porto, deciso di investire i pochi scudi che gli erano rimasti per partire alla ricerca della la sua amata.
L’amico Gustav correndogli dietro voleva dissuaderlo dalla sua decisione. Ma nulla poteva rimandare la sua decisione nell’imbarcarsi sul “Fortuna”, il veliero del capitano Marshall, che stava giusto salpando per l’Africa, dal porto di Santa Margherita.
 

 

 

 

 

 

  

Disse a Gustav di radunare gli amici e portar loro la notizia della sua irrinunciabile partenza in direzione dell’Africa, dove avrebbe cercato la sua bella.

Sarebbe dunque partito in incognito come mozzo!

La nave era apparentemente grande e maestosa, ma in realtà nascondeva una falla lungo un fianco. Finito di sistemare il suo misero bagaglio, si incamminò verso il ponte della nave.
Prima di presentarsi al capitano della nave aveva pensato che sarebbe stato meglio cambiarsi d’abito.
I suoi vestiti, non appariscenti ma eleganti, dal buon taglio e dal tessuto raffinato, non lo avrebbero reso credibile.
Era difatti entrato in una bottega del borgo e aveva scelto qualcosa di comodo e semplice. Si era guardato nella vetrina e gli era scappato un sorriso… non si riconosceva così vestito.
L’avrebbe riconosciuto Anne? Aveva lasciato i suoi begli abiti al negozio: certo valevano di più di quelli che aveva comprato ma almeno non aveva dovuto intaccare il suo piccolo gruzzolo.
Le sue fattezze rischiavano di denunciare le sue origini non certo plebee, come pure il suo incedere, fiero ed orgoglioso, non certo tipico di un marinaio.
Insomma, avrebbe dovuto tacere l’eloquente comportamento del suo essere, per poter mimetizzare la sua presenza sul vascello.
Lo stesso che sarebbe andato incontro ad un probabile naufragio: questo non poteva di certo immaginarlo colui che annoverava una ottima conoscenza scientifica assieme ad una ancor migliore dote di romantico sognatore.
E le incognite del futuro non gli facevano paura, anzi lo ispiravano nei suoi propositi.
Anche l’idea di morire per aver cercato di ricongiungersi col suo amore lo esaltava.
Quel pensiero di Anne lo turbava ogni volta e doveva sforzarsi per ricacciare indietro quell’onda di lacrime che gli pesava sul cuore e che non avrebbe mai lasciato sfogare.

Osservava gli altri marinai per imitarli e mimetizzarsi tra di loro, ma era uno sforzo enorme. I lavori che gli venivano richiesti erano una tortura per lui. Cercava di parlare il meno possibile, ma in questo silenzio la sua mente viaggiava, un po’ ricordando la sua dolce Anne, un po’ andando a guardare nel profondo del suo cuore e non sapeva dire cosa gli facesse più male!
E così che trascorse i primi giorni su quel vascello, un pò mozzo e un pò schivo uomo di coperta, che evitava di esporsi ad ogni contatto se non a quelli indispensabili con gli altri marinai, che con lui dividevano l’angusto spazio e gli ancor più angusti compiti.
A cosa potesse condurre l’amore per Anne doveva ancora conoscerlo, lui che aveva trascorso anni di ozi e di vizi, schiavo di cose superflue e che ora stava sudandosi giorno per giorno un’ambizione vitale.
Era l’amore o l’attaccamento a quella speranza di ritrovare Anne, che lo portava ad abbassare la testa e a contenere la sua superbia di fronte ai graduati che lo disprezzavano molto di più degli altri marinai ?La sua paura di venir riconosciuto come l’erede di una grande fortuna lo impauriva ancor di più di ogni punizione che per futili motivi gli capitava di dover subire.

Trascorsero così le prime settimane di navigazione, nelle acque tormentate del Golfo del Leone. Giorni di tempesta si susseguivano a notti insonni, pensando ad Anne che sognava essere sempre più vicina.

 

3. Gli amici

Abiti settecenteschi

Abiti settecenteschi

Intanto, lontani ormai tante leghe, i suoi amici s’erano dati incontro per capire come aiutarlo.
L’improvviso scomparire del loro amico, li aveva turbati.
I loro incontri erano diventati noiosi, mancava la verve di Maurice a rallegrarli. La loro vita era diventata una insulsa ricerca di un modo per riempire quelle giornate e soprattutto, quelle nottate oziose. Poi quella domanda era nata nel cuore dell’eclettico Jean ed era stata condivisa da tutti: cosa può aver spinto il nostro amico ad una fuga così precipitosa?
Certo qualcosa di serio.
Bisognava cercare qualche indicazione, qualche traccia che potesse aiutarli.
Fu Stanislav, l’aiutante di Gustav, a proporre di cominciare dalla sua camera, dove forse avrebbero trovato qualche indizio.
Riuscirono ad eludere la guardia del portiere, che aspettava d’esser pagato da mesi, entrando da una finestra del cortile. Jean aveva fatto salire Annette, la più esile di tutti nella camera di Maurice ed aspettava assieme all’allegro gruppetto giù da basso, cercando di non destare l’attenzione delle guardie della vicina caserma. Annette frugò tentoni per la stanza buia, per non richiamare la curiosità dei vicini, una coppia di artisti d’avanspettacolo ch’ella conosceva bene perchè erano dotati di una antipatia morbosa per i francesi. Cerca che ti cerca e riuscì a trovar delle lettere che mise dentro il petto e, impaurita per un rumore di passi improvvisi, si affretto subito a portare via, lanciandosi come un’atleta di circo, dal pertugio dal quale era venuta. Là le braccia forti di Jean erano pronte e raccoglierla, facendola atterrare tra l’ansia della curiosità degli altri. Corsero a casa di Gustav dove avrebbero scoperto più tardi quella lettera, recante il timbro postale di Annecy, un piccolo paese dell’Alta Savoia.
Priscille aprì rapidamente la lettera, vincendo un primo scrupolo riguardo quella che pure era una violazione dell’intimità del loro amico scomparso. In realtà nei giorni scorsi ebbero importanti notizie da un informatore del porto, tale Giannetto, un losco individuo che frequentava le bettole del porto e che per qualche birra in cambio poteva raccontare quel che i suoi occhi e le sue orecchie riuscivano a registrare di giorno e soprattutto di notte.
Ebbene seppero che il Fortuna correva grossi pericoli a causa di non meglio precisati problemi all’imbarcazione.

Priscille leggeva trepidante le righe di quella che a tutti gli effetti appariva come una lettera d’amore di Anne per Maurice.

Sono qua, dispersa sulle rive di un lago che non ti riflette.
Sogno il nostro incontro eppure tu non ci sei al mio risveglio
…”

Cominciava a scrivere così Anne quel giorno di aprile del 1785.
Quel giorno Anne era seduta nel portico di una lussuosa villa nel cuore dell’Africa e calde lacrime le scorrevano sul viso impossibili da frenare. Piangeva e le lacrime scolorivano le parole che cercava di scrivere, approfittando di un attimo in cui era rimasta sola.
Il padre si era accorto della sua relazione con “quel poco di buono del principe, capace solo di approfittare delle ricchezze altrui”: queste erano le parole che aveva detto ad Anne, mentre la obbligava a fare le valigie per portarla via.

Gli avvenimenti erano precipitati: aveva fatto appena a tempo a lasciare quella lettera alla sua cameriera perchè la recapitasse dopo la sua partenza a Maurice.
Era stata costretta a sposare subito dopo il figlio del ricco industriale Smith, un uomo neppure tanto giovane, che lei odiava e che l’avrebbe portata via da Annecy, che almeno era più vicina al suo amato, per trasferirsi con lei a Ouagadougou, un posto che a lei sembrava alla fine del mondo.
Aveva supplicato il padre, piangendo, ma non c’era stato nulla da fare.
Ed ora, in quel luogo lontano, completamente sola, si logorava dal desiderio e dal dolore.

Quel “lago che non ti riflette” propose Annette ascoltando la lettera dalla bocca di Priscille, era evidentemente quello creato dalle lacrime d’amore di Anne, che non godevano del riflesso del suo amato.
Il mistero si svelava: l’Africa e quel luogo lontano dov’era esiliata suo malgrado appariva come irraggiungibile a tutti.
Ora non restava che capire come avrebbero potuto ritrovare l’amico Maurice, che intanto, a leghe di distanza, stava scoprendo una vita che mai avrebbe creduto possibile vivere.

 

4. Il naufragio

 


Il suono della campana di bordo era l’unica cosa che riusciva a dargli la certezza che le cose che viveva non fossero uno dei suoi sogni, peggiori.
La nave era spinta da venti di meridione contro le isole Baleari, dove una costa ripida e tagliente rischiava di spaccare in mille pezzi il Fortuna.
Dall’alto del castello di poppa il capitano Marshall mirava il profilo della orrida costa rocciosa dando indicazioni al sergente Nigel di virare sempre di più per quel che poteva verso l’alto mare.
Ma la situazione stava precipitando. E si chiamava all’erta l’equipaggio.
Maurice ormai retrocesso a topo di sentina riusciva a rendersi utile sgottando l’acqua assieme a quella catena umana che partendo dalla chiglia risaliva fin sul ponte, da dove qualcuno la rigettava in mare. Ma da qualche parte entrava nuova acqua fredda e più tagliente della roccia che il capitano temeva.
Due ore tennero duro, poi l’inevitabile tracollo.
Si sentì una crepa, poi un boato e le cime si strapparono lasciando rovinare l’albero di maestra su quanti si trovavano da basso a dirigere le impossibili manovre per evitare il peggio.
Quella invisibile crepa che aveva colpito l’occhio di Maurice non era che la piccola sorella di quella che videro da lì a poco aprirsi sotto i loro occhi e risucchiare decine di uomini.

“Si salvi chi può !”

Questo l’avviso del Sergente Nigel, prima di venire a sua volta colpito da una sartia che lo tagliò in due, davanti agli occhi impietriti del capitano.
Il sergente era stato negli ultimi giorni il banditore delle punizioni continue che venivano impartite alla ciurma disubbidiente nel ricevere quel rancho immangiabile.
Per guadagnare sulle vettovaglie aveva mercanteggiato prima di partire svendendo la metà delle cibarie e costringendo poi il cuoco a tacere sulle provviste.
Ma ora non poteva più rubare che i morsi dei pescicani.
Le scialuppe, le uniche in dotazione al Fortuna, erano già scomparse e le videro galleggiare verso la costa dove tra i frangenti scomparivano in nuvole di schiuma.
Maurice ricordò che quello era in fin dei conti un momento positivo, che poteva avvicinarlo per sempre al suo destino, o dargli ancora un’altra chance.
L’ultima onda spezzò in due la nave che non tenne fede al suo nome, gettandola verso gli scogli.
Non rimanne molto del suo carico che poche casse che vennero sputate fuoribordo quasi come l’ultimo tentativo di salvezza di un vascello che aveva conosciuto tante traversie.
Ad una di quelle casse si attaccò per istinto il nostro principe, portando con sé tutto il suo casato.
Riuscì a sottrarsi dai marosi galleggiando tra le onde di risacca per venir poi miracolosamente risucchiato verso il largo.
E l’indomani si risvegliò sdraiato sulla cassa, sotto il sole, con null’altro intorno.

 

5. Dal mare al deserto

Una mappa settecentesca dell'Africa del nord

Una mappa dell'Africa del nord

Disteso sulla cassa, sotto il sole a picco, Maurice è preso dalla paura: la sua vita non lo aveva certo preparato ad avvenimenti così drammatici.
La gola gli brucia, gli occhi sono dolenti, ha brividi per tutto il corpo nonostante il caldo feroce, le braccia sono piene di graffi e intorno solo cielo e mare, niente che gli possa dare un po’ di speranza. Perde più volte conoscenza, finchè non si lascia andare al suo destino: forse era scritto che avrebbe rivisto la sua Anne solo in un altro mondo.
Questo pensiero lo smuove al pianto e le lacrime danno un po’ di refrigerio agli occhi. Dove sarà Anne, cosa sarà stato di lei, lo amerà ancora?
Deve, deve rivederla, in un impeto di rabbia si mette a remare con le mani per combattere contro la sfortuna.
Il cielo sta perdendo la sua luce, tra poco sarà notte. Ma è stanco e si chiede quanto ancora potrà resistere in quelle condizioni. Chiude nuovamente gli occhi e si lascia andare al sonno, e comincia a sognare.

E gli appare Philippe, un altro principe, un gabbiano.

 

La tempesta si è calmata e Maurice è entrato nel sogno, non è più sulla sua cassa in alto mare ma su una spiaggia dalla sabbia bianca e fine e accanto a lui c’è un gabbiano bianchissimo, che lo osserva.

“Bene arrivato, ti stavo aspettando”!

Maurice si guarda intorno: chi gli ha parlato?

Sono io, sono Philippe, il principe dell’isola dei Gabbiani. Ho visto il naufragio della tua nave, sei il solo che si è salvato e mentre dormivi i miei gabbiani hanno spinto la tua cassa qui sulla riva. Ma dimmi, chi sei? Non hai l’aspetto di un marinaio, cosa ti ha spinto fin qui?”

“Sono Maurice Levallois, anch’io un principe. Amavo una ragazza, ma vivevo da ozioso e il padre l’ha portata via. Della mia Anne non so più nulla se non che è in Africa…”

In Africa, sì, lo so…” dice Philippe scrollando le ali.
L’ho vista un giorno quando mi ero posato sul suo balcone, dopo tanto volare e lei mi accolse trattandomi da principe, quale sono”.
Ma dimmi o Philippe, dove si trova ora Anne ? Sono partito per raggiungerla, ovunque fosse e credevo di poterlo fare come in un sogno, partendo povero e con la prima nave che c’era e senza neanche esser certo che l’incontro potesse aver luogo !
Potrò mai perdonarmi questo errore ?
Ti ho detto già troppo! Quest’ultima parte del viaggio devi scoprirla da solo: hai il deserto davanti… a te trovare la strada.
Però ti faccio un regalo, perchè mi commuove il tuo dolore”.

Si girò e chiamò forte: “Sahir… Sahir”!

Da dietro una palma ecco spuntare il viso furbo di un bambino che sorride subito vedendo il gabbiano.

“Eccomi signore, che vuoi ?”
Vedi Maurice, Sahir vive nel deserto e ne conosce tutti i pericoli. Ti accompagnerà fino al limite del deserto. Ecco un po’ di viveri e di acqua… tienili da conto, non è facile trovare oasi in questo deserto…
“Perchè mi aiuti così ?” gli chiede Maurice.
Il tempo ti darà la spiegazione: ora vai, approfitta di queste ore di luce… Ci rivedremo”.

Le onde schiaffeggiarono il volto di Maurice, che si svegliò con la bocca salatissima, cercando di aprire gli occhi incollati dalla salsedine.
Aveva sognato o … gli era parso di sognare qualcosa a riguardo di un gabbiano !
La cassa di legno su cui navigava aveva un coperchio che con pugni e pugni si aprì rivelando il suo prezioso contenuto. Vestiti e tele che legò assieme per farne una vela rudimentale, issata grazie al suo stesso corpo. E così con le ore successive, sospinto da un fresco vento di maestro raggiunse insperatamente delle coste che brillavano sotto il sole, sulle quali si stagliavano montagne innevate. Le onde lo portarono dolcemente ad approdare sulle rive sabbiose.
E si ricordò quel che aveva passato sino allora, benedicendo quella terra che lo aveva risparmiato dall’inedia e dalla morte.
Le ultime forze gli servirono per trascinarsi sotto una palma, dove crollò esanime.

Acqua, ancora acqua ma stavolta dolce, che sciacquava lentamente il suo viso.
Era quella che gli veniva regalata da un piccolo essere coperto di bende tanto da non permettere di scoprirne il viso ed il corpo stesso.
L’essere di colore azzurro grazie a quel che indossava era muto e faceva cenni per farsi intendere dallo sconosciuto venuto dal mare.
Ricordò un nome e lo sibilò a quel tale che annuì col capo.

Trascorse i primi giorni in viaggio sul dorso del dromedario che Sahir gli aveva procurato ed assieme si diressero oltre montagne innevate, coprendosi come quegli uomini di vestiti che lo proteggevano dai venti taglienti che risalivano da chissà dove.
Non si vedevano case, nè chiese, non si udivano campane suonare, nè luci di paesi vicini.
Il buio custodiva le loro notti davanti al fuoco e le stelle cullavano il loro sonno.

Sahir era sempre lì che vegliava pronunciando versetti in una lingua incomprensibile che presto avrebbe imparato.

Giunsero poi oltre quei monti e Maurice credeva che ormai le traversie fossero finite ed avrebbe incontrato di nuovo una traccia di Anne, il cui pensiero si rinforzava sempre di più dentro di lui.

Quando furono alle pendici dei monti si schiarì la vista di quell’enorme mare che lo attendeva, di sabbia coloro oro.
Uno spettacolo al quale il principe non poteva credere.
Eppure dovette farsene una ragione e concludere che la natura è sempre in grado di soprendere l’uomo con la sua silenziosa perfezione.
Guardò il suo nuovo amico negli occhi e scoprì che aveva un’età indefinibile. 
Apprese dunque la lingua di Sahir che dai gesti ormai gli insegnava a parole i segreti del deserto.
Era così sorpreso per le strane analogie tra il suo sogno e la realtà.
Sahir nel sogno era un bambino eppure quando aveva aperto gli occhi davanti a quel piccolo essere strano, aveva pronunciato il suo nome sicuro che fosse lui.
Come se il sogno l’avesse riportato indietro nel tempo, fino a raggiungere un momento che lui non ricordava ma sicuramente cruciale nella sua esistenza.
Come se qualcuno l’avesse riportato indietro a quel bivio da cui era iniziata la sua vita dissipata per permettergli di ripercorrerla e potersi presentare ad Anne con una nuova consapevolezza.
Aveva imparato a comunicare con Sahir, ma i loro discorsi erano brevi ed essenziali.

Gli arabi

Gli uomini del deserto non disperdono le loro energie in chiacchiere, così aveva tutto il tempo per lasciarsi portare dai suoi pensieri, e questi sistematicamente lo portavano a guardarsi dentro e non era certo bello quello che scopriva.
Tutto quel che aveva studiato e messo da parte, tutto quel che aveva conosciuto e chiuso in un cassetto, trascurando i preziosi insegnamenti della vita, ora tornava al suo ricordo ed alla sua necessità.
La lentezza con la quale quel cammino procedeva nel deserto era paragonabile a quel percorso meticoloso che faceva mentalmente per aprire le scatole della sua mente che contenevano gli oggetti tralasciati e di cui non s’era degnato di accostarne i bordi per completare il quadro intero del mosaico della sua esistenza.
E quel silenzio, totale attorno a lui, se non intervallato a quelle poche frasi ermetiche del suo misterioso compagno di viaggio.
Chi lo aveva mandato da lui e perchè lo stava aiutando in quel percorso che nessuno conosceva se non il suo destino ?

Il deserto vince le nostre paure” dice Sahir, il suo piccolo amico.
E pronunciando lentamente quella parola, الصحراء, Sahara, Maurice scopre il tesoro che mai aveva cercato.

L'oasi

L'oasi

E l’oasi maestosa di Al habib appare ai loro occhi.
Sahara… il colore della sabbia.
Ecco perchè non era mai riuscito a vederlo quel tesoro. Solo ora, al contrasto del verde della grande oasi che gli si para davanti comincia a capire.
Si accorge anche di avere sete… strano, nel cammino non se ne era reso conto.
E’ vero.
Il suo pensiero, frastornato dalle tante chiacchiere insulse dei suoi amici era diventato sordo.
I suoi occhi, abbagliati dal falso brillare del lusso erano diventati ciechi.
Il cammino in quella distesa arida, sempre dello stesso colore, nessun rumore, se non a volte il frusciare di un serpente che si nascondeva subito nella sabbia; nessun altro, se non Sahir, accanto a lui.
La sofferenza fisica e psichica di quello strano viaggio avevano rotto quell’armatura che aveva indossato per non sentire la voce della sua coscienza.
Era contento… forse era quello il tesoro!

Insieme a Sahir entra riconoscente nella grande oasi per godere di quel refrigerio.
Ma non sapeva che il viaggio era ancora lungo e difficile.
Si era confuso tra la folla di persone: e già, perchè dopo mesi di viaggio nel sahara in compagnia del silenzioso Sahir, quella che vedeva era una vera e propria festa per gli occhi.

Percorrendo il Sahara

Percorrendo il Sahara

Era quasi giunto alla meta del suo percorso interiore, identificando le vere priorità della sua vita, oltre a quella sempre presente nei suoi sogni, della sua amata Anne, che aveva smarrito il suo amico Sahir, che sembrava svanito tra le grida dei beduini e la confusione delle bancarelle che offrivano ogni cosa.
Cercò invano, poi trovo nelle sue tasche quel che evidentemente era il testamento di Sahir, una piccola pietra scura che stava in un pugno.
Ora doveva dissetarsi e non c’era tempo per cercarlo.
Attirato dal pozzo vi si avvicinò e chiese ad una donna di prestarle una caraffa, poi trascorse un pò di tempo ad ascoltare i racconti di un curioso personaggio, che stava accampato con un gruppuscolo di aiutanti ai lati delle tende.
L’oasi era grande più per i suoi colori che rubavano alla monotonia del deserto un curioso scenario restituendo un pò di riposo agli occhi accecati da mesi di abbagliamento.
E parlavano in un linguaggio ancor diverso da quello che aveva già appreso. Avevano un colore più scuro e seppe dalle loro movenze che erano di un popolo diverso da quello di Sahir.
Comprese che il nome di uno di loro era Djanawil e che erano lì all’oasi per riposarsi lungo il cammino che li portava verso la leggendaria Timbouctou, a sud.

Timbouctou

Timbouctou

Poi svenne, forse per la stanchezza o forse…
Aveva imparato a capire il linguaggio di Sahir, ma questo era di difficile comprensione per lui.
Ma un nome pronunciato da Djanawil gli aveva fatto sobbalzare il cuore:

Anne”…

Si era alzato di scatto ed era corso verso quel gruppo, dimenticando le parole di Sahir:

prima di avvicinarti ad un gruppo di beduini saluta da lontano; sono molto diffidenti anche se, una volta che ti hanno accettato, sono capaci di dare la vita per te”…

Così era stato, si era trovato circondato da volti duri e sguardi taglienti poi qualcosa lo aveva colpito ed era caduto in terra svenuto: le poche forze che gli erano rimaste non avevano retto a quel colpo, seppur leggero.
Quando riapre gli occhi è notte fonda.

La flebile luce di un fuoco ancora acceso illumina una scena che lo riempie di angoscia… più niente intorno, in quella oasi prima così piena di vita… non c’è Sahir, non ci sono più i beduini, non c’è più Djanawil, ma soprattutto non c’è più l’unica cosa a cui era rimasto attaccato con tutto se stesso e che era riuscito fin ora a tenere nascosta, la sua catena con il medaglione d’oro che gli aveva regalato sua madre al suo diciottesimo compleanno.
Sicuramente si era imbattuto in un gruppo di predoni, e forse era proprio Sahir che lo aveva fatto cadere nel tranello.
Ora davvero aveva perso tutto.
Si inginocchiò nella sabbia con la testa fra le mani…non aveva più neppure la forza di piangere!
 

6. Il tesoro

 

Ma si accorse presto di aver avuto un incubo.
E la colpa non era la sua, stavolta.
Nell’acqua che aveva bevuto Thessala, la donna dell’oasi, aveva mescolato una droga.
Ed ora era caduto in una trappola tesagli dai predoni del deserto.
Si svegliò guardando il viso ironico del predone che con il suo medaglione in mano cominciò ad interrogarlo su tutto ciò che sapeva ed anche su quel che non sapeva.
Djanawil era un uomo magro e decisamente più alto di quelli presenti nell’oasi. La sua pelle era più scura di quella di Sahir ed indossava un vestito color sabbia con in testa un turbante che ne ricopriva parte del volto lasciando spiccare dei ciuffi di capelli scuri come la pece. I suoi occhi erano acuti e stretti e perforavano le certezze di Maurice. Le sua mani portavano una serie di anelli dorati che mentre muoveva le mani gesticolando lasciavano nei ricordi del nostro principe una scia ipnotica.

I Predoni del deserto

I Predoni del deserto

Cosa voleva da lui quell’uomo e perché lo stava aspettando ?
Presto avrebbe avuto la risposta.
Lo frugarono dappertutto come un calzino e trovarono soltanto qualche oggetto di quel deserto che aveva attraversato con chi di certo doveva averlo accompagnato sin là.
Le azioni del predone non sembravano più avere un fine ma apparivano come un normale comportamento di chi era cresciuto di raggiri, violenza e menzogne.
Insomma Djanawil non si fidava di lui e voleva estorcere anche il minimo valore che poteva avere un giovane con le mani lisce ed i capelli lunghi, che sicuramente aveva origini nobili e poteva costituire un ottimo oggetto di scambio.
Per non parlare poi di un probabile riscatto che gli avrebbe fornito guadagni impensati.
Insomma, un colpo di fortuna per quel predone che da tempo faceva solo magri guadagni rubacchiando a qualche mercante che si trovava a passare per l’oasi.
Conosceva bene infatti l’ozio di quegli europei che di tanto in tanto si spingevano verso sud, verso Timbouctou, in cerca di qualcosa che destasse la loro curiosità.
L’interrogatorio terminò presto perché poco Maurice sapeva, se non le domande che avrebbe voluto fare sul suo destino e su Anne.
Ma quel nome che Maurice pronunciò diede la certezza a Djanawil che da qualche parte c’èra qualcuno che avrebbe potuto garantire un congruo riscatto.

Parlò poco, Maurice.  Rise molto molto Djanawil, dell’ingenuità di quello stupido francese che credeva nei sogni e nelle parole degli uccelli.
Ed ancor di più perché amava una donna, quegli esseri inferiori che per lui erano importanti solo come oggetto di scambi economici coi mercanti arabi.
Partirono dunque in direzione dell’antica terra del Mali e percorsero la fine di quel lungo deserto incuneandosi tra dune sempre più pietrose.
Il terreno si faceva sempre più duro ed il paesaggio cambiava il suo colore in rosso.
Un nuovo tipo di deserto dinnanzi agli occhi sbalorditi di Maurice che restava tutto il tempo legato sulla gobba del dromedario, guardando il noioso proseguire della carovana.
Si avvicinarono finalmente alle rive di un fiume che appariva come un enorme serpente immobile.
Lasciarono le sponde per imbarcarsi sulle piroghe che trovarono nei pressi di un accampamento di uomini neri in volto come la pece.

Antica navigazione con piroghe

Antica navigazione con piroghe

Durante le notti lungo quel fiume guardava le stelle che sembravano parlare da lontano e raccontargli quel che era la vita dei suoi amici lontani.

Intanto, dall’altra parte del mondo gli amici avevano dovuto cambiare le loro abitudini loro malgrado.
L’assedio dei creditori li aveva vinti uno ad uno riportandoli alla triste realtà della penuria delle loro risorse e, cosa ancor più grave, dell’assenza di un qualche benefattore che avrebbe potuto render loro la vita più accettabile e meno noiosa di quella che avevano.
E così, dopo un primo tentativo di rintracciare il loro amico principe, uno ad uno essi dovettero tornare rispettivamente dai loro parenti nobili o meno nobili che fossero, terminando per sempre quella vita dissoluta e libertina che sino ad allora avevano sprecato.
Si diedero un ultimo saluto in una teatrale cena d’addio presso il caffè dell’Opera a Genova, cena ovviamente che non pagarono mandando ancora una volta il conto a qualche nuovo amico che avevano adescato in qualche salotto aristocratico.
In quell’occasione tutti, eccetto Stanislav, erano certi che non avrebbero mai più rivisto il principe.
Invece l’aiutante di Gustav, aveva avuto un sogno profetico sul ritorno di Maurice, ma non l’avrebbe raccontato, perché voleva tenerlo per sé. Era infatti più interessato a che il suo padrone perdesse ogni speranza e tornasse finalmente in Prussia, dove un qualche blasone forse l’avrebbe ancora potuto recuperare.

Ma continuando il racconto, sulle rive del fiume Gher-n’Gheren, il fiume dei fiumi, com’era chiamato dalle popolazioni nomadi il Niger, le piroghe si avvicinarono ad altre imbarcazioni e costeggiavano rive animate da popoli via via diversi tra loro.
Quando giunsero in quella città dal nome così strano Maurice scoprì come l’Africa possa essere così sorprendente, nascondendo tesori in mezzo a deserti e svelando segreti col sussurro dei suoi venti ed il mormorio dei suoi fiumi.
Era talmente preso dall’incanto di quello che vedeva che si era dimenticato della sua triste situazione. Quando era sceso dalla piroga gli avevano legato le mani per paura che scappasse e il tentativo di alzarsi per guardare quel mondo nuovo gli strappò un gemito.
Non poteva fare nessun movimento, per cui si girò in modo da avere una visuale più ampia possibile di quel luogo di cui sapeva appena il nome.

Era un panorama strano. Sembrava che la sabbia avesse avvolto anche le case. Strane torri si ergevano, anch’esse color sabbia. Da lontano sembrava che un gigante bambino si fosse divertito a fare castelli di sabbia, i più strani e fantasiosi. Passavano davanti a lui uomini vestiti di blu, con ampi mantelli e turbanti, che avanzavano sui loro dromedari, gli occhi attenti e profondi.
Sulle rive del fiume, ancora vicino, vedeva strane piroghe che qualche copertura di fortuna aveva trasformate in case.
Ma, nella loro povertà, quelle persone erano libere mentre lui era lì, legato, senza avere idea di cosa gli avrebbe serbato il futuro.
Lo condussero in un angusto stanzino che prendeva luce solo da un piccolo pertugio che guardava un vicolo polveroso.

Le ore passavano e si sentivano intanto le voci di mercanti e trafficanti che contrattavano con il predone in lunghe trattative intervallate da urla e risa.
Altri linguaggi si alternavano e riconobbe al suo carceriere una certa conoscenza delle lingue, oltre a quella già conosciuta da lui stesso nello scioglierle.
Intanto la sua attenzione fu rapita da rumore nel cortile dove vide giocare dei bambini.
E con non poca fatica riusci a vederli radunati là fuori e a trovare l’unico espediente che forse avrebbe potuto attirare la loro attenzione.
Frugando con le dita tirò fuori dalle tasche quel sasso scuro che Sahir gli aveva donato.
Era davvero l’unico oggetto che poteva lanciar loro per richiamarli.
Lasciò saltar fuori dal pertugio quel piccolo sasso che una volta caduto sul selciato cominciò a piroettare verso uno di loro, emettendo uno strano suono che non poteva che attirare la sua curiosità.
Era un ragazzo dell’età di circa dieci anni, magro e scuro coi capelli ricci e corti, con indosso un corto vestito chiaro, scalzo e con gli occhi che brillavano curiosi davanti a quella piccola meraviglia che suonava muovendosi per terra.
Fece per chiamarlo come poteva ed egli si avvicinò con fare incerto a Maurice.
Il resto accadde in fretta.

Un rumore di porte fece scappare quei ragazzi dal cortile, non prima che Maurice riuscì a fissarlo con gli occhi cercando di chiedergli in qualche modo aiuto.
E così sembrava persa un’occasione di sfuggire all’incerta sorte che gli sarebbe toccata.
L’indomani si presentarono nuovi mercanti alla “corte” di Djanawil. Una coppia di uomini con indietro uno più piccolo. Quando lo fecero uscire da quel buco dove aveva trascorso il suo primo giorno, riconobbe quel ragazzo che lo guardava fisso e parlando con uno degli uomini lo indicava.
In poco tempo il predone concluse soddisfatto la sua trattativa e consegnò loro il principe.
Fu caricato su un dromedario e lo portarono ancor legato dall’altra parte del paese.
Quando arrivò a destinazione conobbe il frutto del suo fortunato esperimento.
Ebbene il ragazzo, di nome Djen, raccontò a quegli uomini il suono di quello strano oggetto e quelli vollero conoscerne il proprietario.
Erano dei mercanti che ben conoscevano il valore di quelle pietre musicali, estratte da misteriose miniere dei monti del sud e che segnalavano la sicura presenza di oro.
E naturalmente il loro interesse era proprio quello di conoscere il luogo esatto dove poterne trovare altre. Maurice intuì che quella era un’occasione da non lasciarsi sfuggire.

Dopo mesi di traversie e di sofferenze, angherie e difficoltà varie, Maurice aveva cominciato ad imparare a fare di necessità virtù e soprattutto ad imparare dagli altri le capacità migliori riconoscendo anche l’utilità di quelle peggiori, in caso di emergenza. Insomma, se il predone era scaltro e furbo quella dote poteva cominciare ad esser utilissima al sinora sfortunato principe. Doveva riflettere, non poteva fare sbagli. Forse non si sarebbe presentata più una occasione favorevole.
Quella piccola pietra sembrava un frammento celeste, polvere di astri mescolata al vento, come le rose del deserto che tante volte aveva incontrato nel suo andare.
Capì che volevano che li accompagnasse a quelle montagne lontane dove erano nascosti quei sassi che cantavano.
Annuì, pur non sapendo come avrebbe fatto.
Sperava, tornando indietro, di ritrovare Sahir o comunque di trovare il momento giusto per scappare. Intanto gli avevano portato da mangiare e da bere, e dopo tanti giorni di poco pane e poca acqua si sentì subito rinfrancato.
Steso su una stuoia, sotto la meravigliosa volta stellata, si addormentò.
Al mattino presto tutta la carovana si diresse verso sud: Maurice in mezzo a loro, su un dromedario, non più era legato.

Gli avevano messo addosso un mantello chiaro e un turbante perchè si potesse proteggere dall’ardore del sole.

Una carovana nel deserto

Una carovana nel deserto

Ed ecco che si stavano avvicinando novamente alla grande oasi di Al habib.
Socchiuse gli occhi per guardare meglio: gli sembrava di vedere in lontananza una figuretta conosciuta: Sahir!
Finalmente un po’ di speranza. Qualcuno lo stava scuotendo… aprì gli occhi, era il ragazzino del cortile. Ancora una volta aveva sognato!
Era l’alba e l’aria era fredda.
Neanche a farlo apposta gli misero addosso un mantello chiaro e un turbante in testa. L’avevano fatto salire su un dromedario. Il guidatore, tutto intabarrato nel suo mantello, sembrava muto.
Quando si girò Maurice riconobbe quegli occhi attenti: Djen!
Lo guardava fissamente, sembrava volergli dire qualcosa… poi si girò di scatto e diede l’avvio all’animale.
Il pensiero di Anne gli dava forza, ma come sarebbe riuscito a trovarla? Non era sicuro neppure di uscire vivo da questa avventura!

“Il deserto vince le nostre paure…”

La frase di Sahir gli risuonava continuamente nella testa.
Ripensava ai giorni passati a Santa Margherita, a quanto si sentiva spavaldo e superiore a tutti. Le sue certezze si fondavano sul suo titolo, sulla sua bellezza, sulla grazia dei suoi gesti, sul fascino sottile del suo sguardo che faceva innamorare le donne.
Che ne era ora di tutto ciò? Quanto erano futili quelle ore e quei pensieri !
Avrebbe voluto tornare indietro nel tempo e riscattare quella vita insulsa… avrebbe voluto mettere in guardia i suoi amici sulla vacuità della loro vita.
La sua testa era attraversata da mille pensieri e non riusciva a fare un piano che potesse essere attuabile. Forse l’avrebbe fatto quando avrebbero fatto una sosta, forse.

Paesaggi polverosi e pietrosi che si susseguivano. Poi si alternavano ai lati del loro percorso, lungo una strada invisibile, enormi alberi che parevano cattedrali, chiamati dai suoi compagni di viaggio “baobab”.

Un Baobab

Un Baobab

Ogni forma animale era a lui sconosciuta e Maurice si meravigliava come gli occhi di Djen, che guardavano quello spettacolo cambiare ad ogni chilometro che stavano conquistando.
Maurice pensò a quei mesi trascorsi e si scoprì diverso: i sentimenti per Anne erano diventati non più velleità bensì splendide certezze.
E non sapeva il motivo di tutto ciò, ma sentiva di essere cresciuto in una direzione dalla quale non sarebbe più tornato indietro.

Dopo alcune settimane di marcia pressocchè ininterrotta giunsero sulle rive di un altro fiume, anch’esso di una larghezza che Maurice a stento riusciva a misurare con gli occhi.
Il capo di quella spedizione era chiamato Nyonse e discendeva da una antica tribù di quelle rive e giunti che furono al primo villaggio ricevette i festeggiamenti rituali.

Una tribù

Una tribù

La notte era scandita dal rullo di tamburi che si alternavano a canti ritmici che sorpresero la curiosità di Maurice e fecero divertire Djen.
Il principe ormai era apparentemente libero tra di loro: sì perchè non avrebbe potuto scappare da nessuna parte visto il colore della sua pelle decisamente insolito e soprattutto visti i rischi che avrebbe potuto correre fuori dal controllo di chi conosceva bene quei luoghi, animati da ogni tipo di bestia feroce.
Maurice capì che ormai non avrebbe potuto far altro che lasciarsi andare a quel destino, cercando di farlo volgere in qualche modo a suo favore.

E nei giorni successivi apprese come quel destino sarebbe divenuto in realtà molto benevolo con chi come lui stava dimostrando di saper apprendere le conoscenze altrui e moltiplicarle.
Maurice era trattato bene, con amicizia.
Cominciò ad interessarsi a quella tribù così interessante, al loro villaggio semplice, ma particolare. Abitavano in una sorta di case protette da tetti a terrazza e la notte li vedeva spesso immobili a fissare il cielo, in atteggiamento adorante.
Nel cielo, in quel periodo, brillava una stella: Sirio.

Chiese a Djen, con il quale oramai era nata una forte amicizia, che lo portò da Nyonse.

Questi gli spiegò che si trovava tra i Dogon, un popolo che discende dalle stelle, particolarmente da Sirio. Per questa ragione la notte li vedeva sulle terrazze: ritempravano le loro forze lasciandosi riempire dalla sua luce.

Il misterioso popolo Dogon

Il misterioso popolo Dogon

Ancora una volta Maurice era stupito dal mistero di questa terra e dei suoi popoli.
Sentiva di essere attratto dalla loro vita, dalle loro usanze: cominciava a sentirsi a suo agio fra di loro.
Il deserto non gli faceva più paura, e neppure il pensiero di quanto avrebbe dovuto ancora aspettare prima di ritrovare la sua Anne lo faceva soffrire.
Cominciava a sentire tutti gli avvenimenti come passi importanti per quella trasformazione che, ormai ne era certo, lo avrebbe portato all’incontro con lei.
Sahir aveva detto una grande verità: ora capiva il senso di quella frase che lo aveva colpito così tanto!
Passava molto tempo seduto di fronte al lago, a volte solo, a volte in compagnia di Djen, quando, un pomeriggio, verso il tramonto, in quel cielo che sembrava avesse preso fuoco, vide uno stormo di uccelli volare sopra di lui: erano gabbiani, grandi, bianchissimi.

Uno di loro si staccò dal gruppo e si abbassò, scendendo verso di lui.
Un’ala gli sfiorò il viso e una penna cadde tra le sue mani.
Ma questa volta era ben sicuro di essere sveglio!
Segni che continuamente gli giungevano o emozioni che il suo cuore trasformava in qualcosa cui attribuire significati precisi ?
Seguì i rituali cui quelle tribù si erano dedicati in quel periodo, incuranti del resto dei loro piani.
Anche la sua strana custodia, in attesa di venire a conoscenza delle ricchezze paventate dal predone, erano state quasi dimenticate da Nyionse.
Fino a quando un giorno venne a conoscenza che foschi presagi avevano rimandato la ricerca del capo tribù e dei suoi pari.
Un popolo agguerrito stava conquistando quelle pianure e rischiava di cancellare il loro, con l’aiuto di altri uomini venuti da lontano.
Ciò che aveva attirato la venuta di queste popolazioni erano proprio le voci riguardanti alcune ricchezze che le montagne del sud custodivano e che pochi fortunati erano riusciti ad estrarre.
Maurice ricordò gli anni di studi presso le migliori università francesi e capì ancora una volta che era giunto il momento di mettere a frutto la sua sapienza.
Era ormai in grado di dialogare con quel popolo che in mesi di viaggio aveva conosciuto e dinnanzi a Nyionse fece capire di poter dare loro un modo di riscattarsi da quel pericolo.
In realtà non sapeva bene come avrebbe potuto aiutarsi aiutando quel popolo, ma era certo che gli occorreva anche un bluff per poter avere una opportunità vincente.

Negli anni addietro Maurice aveva conosciuto del resto ogni tipo di dissolutezza e il gioco delle carte gli aveva insegnato a saper rischiare.
Da prigioniero dal quale era possibile carpire un piccolo segreto che poteva far arricchire un modesto capotribù, il principe si presentava agli occhi di Nyionse come l’uomo che un’antica profezia tribale aveva descritto come venuto a salvarli dalla peggiore delle sciagure.
Erano infatti popoli molto superstiziosi quelli, capaci di leggere dal bagliore delle stelle quel che non erano capaci di dominare sulla terra.
E questo Maurice l’aveva capito.

7. Anne

Intanto, a meno di poche centinaia di miglia ormai, si trovava Anne, prigioniera di una vita che non accettava se non con rassegnazione.
Dustin Johnes, il figlio del ricco industriale Smith Johnes, era riuscito a sposarla e a condurla con sè in Africa, dove conduceva le sue ricerche di oro e minerali preziosi per la compagnia del padre.

Era un uomo rude nonostante le sue conoscenze e la sua cultura, asservita unicamente all’interesse economico.
Ogni sua azione era sempre destinata a ricavar profitto, anche e soprattutto a scapito degli altri.
Ed in Africa questo galantuomo stava fondando un vero e proprio impero economico, grazie alle sue doti diplomatiche e soprattutto alla sua capacità di servirsi degli avversari.
Conosceva alcuni capi di alcune tribù che aveva sobillato e armato contro il popolo che aveva governato sino ad allora nella pace e nell’armonia le terre del bacino del fiume Volta.
Naturalmente fra le sue conoscenze c’erano anche alcune bande di predoni che gli servivano per conoscere in tempo gli spostamenti di quel popolo.
La prima in assoluto era quella comandata da Djanawil, il più esperto ma anche il più infìdo dei predoni.
Da lui aveva saputo che il popolo dei Dogon si stava dirigendo verso i monti del sud in cerca di pietre preziose, di cui però Djanawill non aveva saputo riferire le caratteristiche.
Dustin sapeva bene che per quell’uomo l’unico valore era il denaro, e che per i soldi avrebbe piantato in asso chiunque.
Così se lo teneva caro, ricorrendo a regalie e favori.
Aveva promesso al predone una ricchissima ricompensa, ma sapeva bene a cosa aspirava Djanawill: sua moglie, Anne.
A Dustin la cosa non avrebbe creato problema: quella donna gli era stata imposta dal padre e per lui era meno che niente. In più si rifiutava in modo categorico di dividere con lui se non solo i giorni, ma anche le notti.
Ma sapeva bene lo scandalo che avrebbe scatenato e nella sua posizione, e soprattutto nella posizione del padre, non era possibile.
Così prendeva tempo, sperando che l’attenzione di Djanawil si rivolgesse a qualcuna delle altre donne della sua casa.

Anne d’Aubry proveniva da una famiglia dell’Alta Savoia ed il suo casato era uno dei più conosciuti della regione.
Aveva conosciuto Maurice negli anni trascorsi a Parigi, dove risiedeva nella casa di suo zio, il marchese Antoine d’Aubry, personaggio vicino agli ambienti di corte.
Il loro fu un amore improvviso, il classico colpo di fulmine.
Si amarono entrambi dal primo incontro ad un ballo di gala, in onore della moglie del marchese, coetanea di Anne e sua vecchia amica di gioventù.
La vita parigina era stata per Anne in realtà monotona e scandita da eventi che raramente destavano in lei interesse.
Naturalmente fino al giorno in cui conobbe Maurice.
I due si frequentarono di nascosto per non attirare le ansie morbose del padre di Anne, il conte Pierre d’Aubry.
Ma quando egli se ne accorse, informato proprio dalla moglie del marchese, Antoinette, nascostamente gelosa di Anne, fece richiamare immediatamente sua figlia ad Annecy.
Annecy, sul lago omonimo, era sempre stato un luogo incantevole per Anne, prima però di conoscere il suo principe. Diventò invece un luogo odioso finchè ella non ricevette la visita di nascosto del suo amato, venuto per lei da Parigi lasciando tutto dietro di sè.
Nei pochi giorni che poterono frequentarsi il loro fu un amore breve ed intenso.
Poi Maurice dovette lasciare Anne per recarsi a Genova, dove suo padre era stata incaricato dal Re di Francia di svolgere importanti incarichi diplomatici per i quali era necessaria la presenza al completo della sua famiglia.
A Genova Maurice aveva ripreso i suoi studi conoscendo nuovi amici e ritrovando quelli vecchi, che intanto lo avevano raggiunto dalla Francia.
Ma il padre cadde in disgrazia agli occhi del Re e Maurice dilapidò le fortune rimaste, senza avvedersi di quella situazione…

 

8. I soci

Qual’era il valore delle ricchezze accantonate dal padre di Dustin ? E a cosa avrebbe portato la bramosia di ricchezza del figlio ?
A questo pensava Anne quando venne a conoscere le trame del marito.
Non che la cosa la soprendesse, data la scarsa considerazione che quell’uomo aveva avuto ai suoi occhi già innamorati di un altro.
Aveva dovuto subire il matrimonio combinato in tutta fretta e partire suo malgrado al fianco di Dustin, affrontando il suo primo viaggio in nave che per due mesi toccò le coste del mediterraneo e, passando per lo stretto di Gibilterra, aveva lambito la costa africana sempre verso sud, fino a giungere nel golfo di Guinea.
Poi erano risaliti lungo il corso di un grande fiume per giungere a quello strano paese di nome Ouagadougou.
Anne si era più volte ammalata durante il viaggio, rivelando la sua scarsa voglia di vivere una vita che ormai non la interessava più.
Anche la speranza di rivedere il suo amato s’era via via affievolita, per colpa di una vita trascorsa in compagnia di un uomo che poco aveva di umano.

Più volte era venuta a conoscenza delle discutibili doti di Dustin, che si era circondato di uomini della peggior razza e che trascorreva il suo tempo nell’imbastire relazioni con personaggi diversi per etnia ma uguali in quanto a malvagità.
Seppe che tra i valori che scambiava in pubblico vi erano oro e diamanti, mentre tra quelli che trafficava in segreto vi erano le stesse vite umane di centinaia di uomini e donne che mandava a catturare in quei luoghi sconosciuti, dai quali nessuno li avrebbe reclamati.
E navi e navi di quei poveri derelitti venivano inviate lontano contribuendo ad arricchire le casse di Dustin e a dargli il necessario per ripagare le sue ricerche di minerali preziosi e per corrompere i diversi personaggi che via via si trovassero dinnanzi alla sua strada.
Insomma un vero capolavoro di malvagità si trovava al suo fianco e questo rendeva ancor sola ed infelice Anne.
Passava le giornate in solitudine, poteva fidarsi solo di una delle sue cameriere, una giovane che era stata “comprata” dal marito e poi messa al suo servizio con la richiesta, anzi con il ricatto, che riferisse a lui tutto quello che faceva la sua padrona.
Ma la giovane Myriam si era affezionata immediatamente alla sua padrona, ne aveva compreso la tristezza e si era messa subito dalla sua parte.
Ogni tanto andava dal padrone e gli diceva sistematicamente che la moglie piangeva e ricamava, piangeva e curava le piante del giardino, piangeva e insegnava a leggere e scrivere ai bambini della servitù.
Anna era amata e questo le bastava per sorridere, anche se nel suo cuore c’era un vuoto incolmabile.
Temeva che non avrebbe potuto più vedere il suo amato. Si chiedeva se l’amava ancora, che la cercava, se era disperato come lei.
Aveva una strana sensazione, le arrivavano come un battito di ali, come una musica, delle vibrazioni forti, come se lo sentisse vicino, sempre più vicino…..
Le richieste di Djanawil a Dustin si facevano sempre più pressanti.
Dalle sue razzie tornava sempre carico di merci e di schiavi.
Il predone sapeva bene che, nella sua smania di guadagno, l’uomo si era messo nelle loro mani. Si era fidato troppo delle sue conoscenze, dei suoi affari. Non aveva calcolato la scaltrezza, l’assoluta mancanza di paura, la sfrontataggine dei predoni. 
Il prezzo era salito vertiginosamente: se voleva che gli consegnasse il popolo dei Dogon, con la loro conoscenza di quelle straordinarie pietre musicali, doveva dargli Anne.
Doveva diventare la sua donna, la sua schiava.

Intanto, fra i Dogon, si era sparsa la voce che i predoni si stavano avvicinando pericolosamente: era tempo di cercare un altro luogo dove fare tappa prima di arrivare alle montagne.
Maurice si era seduto insieme a loro per ascoltare quello che dicevano gli uomini che erano andati in avanscoperta per cercare di intuire i movimenti del terribile Djanwil e regolarsi di conseguenza.

Qualcosa lo fece trasalire. Parlavano della casa di un certo inglese, ricchissimo, e della sua sposa, una giovane straniera di nome Anne.
Anne! Sposata! Non era possibile, non voleva crederlo.
Maurice sentì nascere dentro di sé un odio profondo, travolgente verso colui che gli aveva rubato la sua donna.
Di sicuro l’avevano costretta a quel matrimonio, chissà come era infelice.
Giurò a sè stesso che l’avrebbe liberata, anche a costo di uccidere quell’uomo!
Dustin aveva informatori ovunque, anche in casa propria.
Quando seppe da uno di loro che la moglie aveva scritto un plico diretto al padre lontano lo volle leggere di nascosto e scoprì quel che vi era scritto:

Amatissimo padre,
vengo a scriverle questa mia per informarla dei fatti che avvengono in questo luogo.
La persona che lei ha voluto che sposassi si è rivelata un uomo malvagio e senza scrupoli.
Mai avrei creduto fosse possibile raggiungere simili finzioni al punto di disfarsi della propria moglie per scopo del guadagno …
Sappia che quanto scrivo mi spezza il cuore perché mai avrei voluto darle un dispiacere.
Ciononostante La prego di inviarmi aiuti perché la mia stessa vita è in pericolo.

Firmato
sua figlia Anne”

La lettera non fu mai spedita contribuendo ad accelerare i propositi di Dustin di disfarsi della moglie, nel modo più sicuro.

Ma tornando a Maurice, egli dialogava col capotribù per capire quale fosse la natura dei pericoli che minacciavano i Dogon.
Ormai capace di discutere in varie lingue, aveva appreso da altri uomini di altre tribù vicine di quelle strane sparizioni di massa che avevano colpito le popolazioni lungo le rive dei fiumi.

L'antica piaga dello schiavismo

L'antica piaga dello schiavismo

Le doti di Maurice crebbero agli occhi di Nyionse al punto che egli incaricò il principe di scacciare, aiutato naturalmente dagli stregoni della sua tribù, i fantasmi malefici che attaccavano il suo popolo.

Lo stregone Gol Gol era un uomo molto temuto nella regione per le sue doti magiche e per il suo potere personale che era esteso oltre i confini meridionali, fino ai popoli del mare.
A lui accorrevano ricchi mercanti in cerca di conoscere utili profezie.
Anche Dustin conosceva la fama dello stregone ed aveva nascostamente acquisito i suoi favori, tramando contro i re di quelle terre, le cui ricchezze rappresentavano l’obiettivo principale delle sue attività commerciali.
Dustin venne a conoscenza di un uomo venuto da lontano che minacciava la credibilità del suo stregone e diede l’incarico ai suoi luogotenenti di catturarlo e condurlo da lui.
Fu presto fatto.

Con l’aiuto delle tenebre giunsero presto nella tribù i migliori segugi di Dustin e catturarono il principe, che tornò così a perder nuovamente la propria libertà.
Ora Dustin non conosceva personalmente Maurice, né era al corrente di ciò che il padre di Anne aveva disposto per lei, al fine di allontanarla proprio da quel principe decaduto.
Quando Maurice venne portato al cospetto di Dustin gli apparse come un altro uomo da corrompere e da usare per i suoi fini.
Maurice invece riconobbe in lui la sua malvagità, perché ormai aveva imparato a guardare dentro agli uomini sentendo il loro deserto interiore.
Accettò furbamente l’offerta dell’inglese ed accolse l’invito ad una festa nella quale avrebbe potuto conoscere gli altri soci dell’impresa, dei noti mercanti di schiavi della Guinea.
Dustin aveva apprezzato infatti le doti linguistiche di Maurice ed aveva pensato che potesse essergli molto utile un alter ego in grado di dividere con lui il lavoro sporco, mentre lui avrebbe potuto salvare la facciata davanti alle altre autorità.
Alla cena con l’aristocrazia di Ouagadougou erano presenti personaggi della politica della regione, emiri e sultani provenienti dai territori arabi, mercanti olandesi ed inglesi.
Tutti soci in affari di Dustin e del padre.
E naturalmente c’era anche Anne.
Erano ormai trascorsi alcuni anni dal loro ultimo incontro ed il tempo e le vicissitudini avevano cambiato fisicamente i nostri due protagonisti.

Ma l’amore non si dimentica mai e come bastò uno sguardo per farli innamorare fu sufficiente rivedersi sulle scale di quella villa per capire che da quel momento la loro vita avrebbe preso una direzione diversa.

Anne le fu presentata proprio da Dustin ed il principe mantenne una incredibile freddezza, salvo poi allontanarsi con una scusa assieme a lei, con la complicità di Dustin che altro non cercava di disfarsi dalla presenza della moglie affidandola a qualcuno che avrebbe in cuor suo fatto in modo di tenerla un po’ lontana dai suoi affari.

“Amore mio, la vita ci ha fatto incontrare di nuovo e non sai quanto abbia sognato questo momento”.

Erano le parole del principe alla sua amata.

Non ho potuto aspettarti… ti scrissi che mio padre non approvava la nostra relazione ed io non posso biasimarlo vista la tua condotta in quei tempi … e poi, quello che successe a tuo padre…

Ora siamo due persone che la vita ha separato per sempre, Maurice.

C’è Dustin… oh, sta arrivando!”

E così si concluse, per ora quell’incontro tra i nostri due protagonisti, per riprendere più tardi, in sogno…
Dustin aveva capito, poichè non era stupido, che i due gli nascondevano qualcosa e fece controllare Maurice dal suo fedele servo Bomako.
E così, dormendo, Maurice incontrò nuovamente la sua bella Anne, intenta a guardare il paesaggio montano della loro nuova casa tra i boschi delle Alpi francesi.
Si diedero la mano e passeggiarono assieme raccontandosi le loro avventure di tutto quel tempo lontani…poi, finalmente, giunsero i loro baci.
Bomako, che intanto spiava il sonno del principe, nascosto dietro la sua finestra aperta per il gran caldo di quella stagione, udì parlar nel sonno Maurice e quelle frasi senza senso di luoghi a lui sconosciuti, di persone mai viste.
L’indomani riportò fedelmente quanto aveva ascoltato e di cui lui, servo indigeno senza cultura nè ingegno, ma con la memoria di un elefante africano, sapeva riferire.
All’udire quelle parole Dustin vide confermati tutti i suoi presagi.
Gli era in effetti stato raccontato il suo futuro, o parte di esso, da quello stregone di nome Gol Gol, e che sarebbe stato tradito da chi gli era molto vicino…
Doveva dunque disfarsi di entrambi quei due amanti o giocare di astuzia per ricavare da quella situazione un tornaconto ?
Non conosceva il sentimento dell’amore da quando il padre lo aveva istruito ad una vita di menzogna.
In realtà c’era stato un qualche episodio che amava ricordare, quando in veranda fumava la sua pipa, ricordando ad esempio quella relazione piacevole con quella cantante d’opera a Parigi…
Sì, portava un nome simile a quello di sua moglie…eppure era così diversa da lei e sapeva far perdere le testa a quell’inglese!
Peccato che anche per lui la volontà di un genitore si era messa di traverso a sogni di vita spensierata !

 

9. In cerca di fortuna

 

In Europa i vecchi amici avevano ormai dimenticato Maurice.
Tutti, tranne Annette, che non aveva parenti cui rivolgersi e Stanislav che, dopo aver cercato invano di tornare con Gustav in Prussia e dopo aver passato alcuni mesi di indigenza per l’assoluta mancanza di denaro del suo padrone Gustav, aveva deciso di tentare la fortuna in qualche paese lontano.
La profezia del suo sogno gli risuonava continuamente nella testa: era sicuro che non riguardasse solamente lui ma intrecciasse la sua vita a qualcuno che conosceva ma di cui non riusciva a rendersi conto.
Vagando per il porto di Marsiglia, in cerca di una nave su cui imbarcarsi si imbattè casualmente dinnanzi ad una bellissima donna avvolta in uno scialle di seta.

Ehi!, attento!” fece una voce femminile.

Si girarono entrambi.

“Annette!”

Stanislav!”

Si abbracciarono, contenti entrambi di vedere finalmente un viso familiare fra tanti sconosciuti.

Entrati che furono in una bettola del porto, davanti ad una birra, cominciarono a raccontarsi le loro disavventure.
Stanislav era senza lavoro ed Annette non era riuscita a riprendere quello di cantante. Decisero dunque di cercar insieme fortuna.
Parlando della loro vita passata e di Maurice, Stanislav pensò al suo sogno e capì che era quella la direzione che avrebbero dovuto prendere insieme: L’Africa!
E da lì a poco si imbarcarono come cuochi su un mercantile francese che salpava per il Golfo di Guinea.

Gli uomini di quella nave erano di bocca buona e sopportarono discretamente quel rancho diverso dal solito.
L’unica che dovette adattarsi era proprio Annette, che indossò i panni di aiuto cuoco per non esser scoperta e scacciata da una nave dove di donne non ne potevano salire affatto.
Dopo alcuni mesi di navigazione rinchiusi in quell’orribile nave, dove tra i due nacque del tenero, giunsero finalmente in Costa d’Avorio, da dove cominciarono la loro avventura in cerca di fortuna e magari di ritrovare il loro vecchio amico Maurice.
Poi, mentre si addentrarono nella foresta equatoriale in cerca di oro, finirono nelle mani di alcuni cacciatori di uomini e furono portati oltre la frontiera, verso i loro padroni, per esporgli le loro recenti mercanzie…
Annette era una donna molto avvenente, coi capelli color oro che in Europa le avevano procurato il favore di molti ammiratori.
In Africa li teneva sempre raccolti e cercava di proteggersi dal caldo soffocante e dalle punture di zanzara che, aveva sperimentato essere molto fastidiose sulla sua carnagione color latte.

Il mercato delle donne di Costantinopoli

Il mercato delle donne di Costantinopoli

Ma quelle doti erano giudicate molto importanti da chi era interessato a guadagnarci vendendola a qualche ricco mercante arabo.
Stanislav era stato malmenato dai cacciatori tentando di difendersi e fu legato come un orso e trasportato di peso.
Giunsero dunque ad Ouagadougou. 
 

10. Il console francese


Tra i mercanti che cercavano ogni genere di mercanzia c’erano quelli disposti a pagare bene per articoli interessanti e molto bene per quelli unici.
Il gruppo di cacciatori che giunsero nella capitale avevano con sé un vero gioiello che nessun mercante avrebbe trascurato per sé o per i suoi clienti migliori.

E Dustin seppe di lei e volle avere l’anteprima di quello spettacolo.
Giunse nel mercato e sotto una tenda del suo amico e socio, il mercante Jundoè si volle godere quella vista, ma presto si accorse che quello che aveva in mente avrebbe completamente rivoluzionato i suoi piani.
Quando Annette fu slegata e gli si parò dinnanzi per lui fu davvero una sorpresa. Annette ricordò solo uno dei suoi tanti amori e finse di provar piacere nel rivederlo.

Inutile dire che i giorni successivi Dustin si assentò spesso dalla sua villa e delegò suo malgrado Maurice di alcuni impegni che aveva di poca importanza.

I due trascorsero dei giorni in ricordo dei bei tempi andati e Annette approfittò per far liberare il suo amico Stanislav e a farlo presentare a Maurice, il nuovo aiutante di Dustin che avrebbe deciso che incarico avrebbe potuto affidargli.
Questa fu una sorpresa davvero grande per il principe che incontrando il suo vecchio amico volle raccontargli quei tre anni di avventure.
Stanislav gli disse di Gustav e di come volle separarsi da lui per cambiare vita ed avere delle chance.
Dustin ammise che in fondo anche lui volle cambiare per sempre quella vita nel momento in cui si imbarcò sul Fortuna.
Gli parlò di Anne e di come l’aveva ritrovata per poi perderla nuovamente.
Poi entrambe convennero che quella era una occasione per aiutarsi l’un l’altro, come ai bei tempi.

Intanto Anne si accorse delle continue assenze del marito e fece chiamare Maurice per parlargliene.
Dustin cominciò a pensare seriamente di eliminare con un espediente la moglie sostituirla con Annette e quando seppe dell’incontro segreto di Anne e Maurice decise che avrebbe dovuto assecondare al più presto le richieste del predone Djanawil.
Lo fece chiamare promettendogli un premio speciale per lui…
Annette però capì le mire dell’inglese e di certo non avrebbe mai voluto che la sua ricchezza si fondasse sulla disgrazia dell’unico amore di Maurice.
Aveva infatti capito la situazione ed era venuta a conoscenza grazie a Stanislav della incredibile coincidenza nel ritrovare il principe proprio lì nel bel mezzo dell’Africa in cui s’erano diretti in cerca di fortuna.

L’incontro tra Maurice e la sua amata non potè aver luogo perché Dustin mandò a chiamarlo per affidargli un improvviso incarico.
Quella sera Dustin avrebbe avvelenato la moglie facendola mordere da un serpente il cui morso aveva il potere di far impazzire chiunque facendogli perdere la volontà.

Così in effetti gli aveva spiegato Gol Gol, regalandogli quell’animale scuro e silenzioso che per alcune settimane egli aveva affidato alle cure del suo servo Bomako.
Una volta impazzita l’avrebbe poi fatta portare dallo stesso Maurice, a sua insaputa, da Djanawil, liberandosi così per sempre di entrambi, una buona volta.
Più che l’amore era la stessa bellezza di Annette che aveva avuto il potere di accelerare i tempi e di far commettere qualche errore all’astuto Dustin.
Infatti Annette capì bene che le maniere di Dustin nascondevano qualcosa di losco e decise di aiutarsi, aiutando il futuro di Maurice ed Anne…

Quando Dustin la lasciò presso l’albergo De La Ville si recò velocemente dal principe e, dopo il primo piacevolissimo ritrovarsi, mascherato agli occhi dei servi curiosi che aiutavano Maurice, gli raccontò le sue sensazioni.
Quella sera stessa Maurice corse con Stanislav da Dustin e spiò dalla veranda i movimenti della casa. Poi vide Bomako che di soppiatto lasciava qualcosa dietro il letto di Anne e capì che Annette aveva ragione.
Il prussiano si arrampicò alla finestra ed entrato anch’egli nella stanza scomparve nel buio.
Poi successe l’impensabile.

Ci fu un trambusto e Maurice, che aspettava giù da basso cercò di vedere meglio arrampicandosi a sua volta su quella casa coloniale.
Lo spettacolo era davvero strano.
Dustin era entrato nella stanza di Anne per controllare quegli strani rumori e vi aveva trovato Stanislav, il quale lo aveva affrontato per salvarsi dal fucile che l’inglese aveva imbracciato. Dalla lotta furibonda Dustin era finito su quel letto dove il serpente lo aveva azzannato lasciandolo immobile.

Anne era entrata nella stanza ed era svenuta un po’ per la paura ed un po’ per la sorpresa di vedere quell’incredibile coincidenza di volti conosciuti e quasi dimenticati riuniti assieme davanti al marito immobile.
Maurice entrato in stanza decise che non c’era un minuto da perdere.
Arrotolarono il tappeto indosso a Dustin credendolo in fin di vita e sulle spalle di Stanislav lo condussero fuori dalla casa.
Bomako aveva visto uscire quello strano gruppetto dalla casa e li aveva seguiti preoccupato per il suo padrone.
Giunsero al quartier generale di Dustin dove degli aiutanti attendevano proprio di trasportare assieme a Maurice un pacco speciale per Timbouctou.
E lo trovarono pronto per la spedizione. Partirono immediatamente per il nord uscendo dalla capitale, mentre Bomako li seguiva a distanza debita.

Anne s’era svegliata e preoccupata del marito aveva raggiunto Annette, che sapeva essere alloggiata alla locanda. Lì conobbe quella donna di cui gli avevano parlato e con la quale sarebbe divenuta amica.
Le due si raccontarono ed Anne le disse della sua preoccupazione per il marito al quale non voleva rinunciare perché avrebbe dato un grosso dispiacere al padre.
Certo, erano due donne diverse quelle che solo una circostanza simile avrebbe fatto incontrare.
Conoscevano entrambe Dustin ed Annette le fece capire che quello che era successo l’aveva salvata da una morte certa.

“Anne, comincia a riflettere sulla situazione e scrivi a tuo padre per raccontargli questi eventi”.

Le consigliò l’amica.

Intanto il principe Maurice aveva preso in mano le redini dell’attività di Dustin e cominciava a capire tutti i loschi affari ch’egli aveva imbastito nella regione, leggendone i resoconti negli accurati libri contabili che Dustin inviava periodicamente al padre, a Londra.

Lesse delle lettere di funzionari corrotti e di mercanti che chiedevano articoli particolari ed illegali persino in quelle terre così selvagge.
Ricordandosi poi dell’amico Nyionse decise di aiutarlo.
Incontrò il console francese e gli raccontò di quei traffici che avvenivano nella regione e delle mire coloniali inglesi di cui era venuto a conoscenza.
Naturalmente anche il console era segretamente d’accordo con Dustin e fingendo di convenire nell’arresto dell’inglese, chiese di vederlo.
Maurice gli riferì che era in viaggio per Timbouctu per affari e lo lasciò evasivamente.
Poi capì che avrebbe dovuto raggiungere Nyionse per avvisarlo dell’accaduto.
In pochi giorni fu dal capotribù e finalmente gli svelò tanti retroscena dei misteri che affliggevano quelle regioni e della cattiveria degli uomini del sud, armati dagli inglesi.
Gli consigliò di diffidare di Gol Gol, ma questo Nyionse non poteva crederlo e lo fece chiamare.

Il vasto repertorio di magia ed esoterismo incuteva paura in Nyionse.
Ma il giovane Djen, che intanto aveva in quei mesi appreso le arti e magie di quello che era diventato suo odiato maestro, con molta intelligenza e col ricordo dell’amico Maurice, l’avrebbe messe a disposizione del capotribù.
E così la pozione utilizzata dallo stregone per impressionare e ipnotizzare Nyionse fu resa innocua da una piccola sostituzione del lesto Djen.
Dinnanzi al suo capo lo stregone non ebbe altro da poter fare e le sue difese furono nulle.

Condotto fuori dal villaggio ricevette la sua giusta punizione, per opera della tigre mangiatrice di uomini, che non si fece tanti scrupoli delle sue urla ed imprecazioni malefiche.
Liberatisi da quella vera serpe in corpo quel popolo poteva ora guardare con un po’ di ottimismo in più nel futuro.
L’accordo coi francesi era ora possibile, aiutati da un interprete madre lingua come il principe, che tornò dal console portando la collaborazione dei popoli del nord su di un piatto dorato.

Di fronte a quella situazione il console non potè che far buon viso a cattivo gioco, anche perché aveva ricevuto notizie allarmanti da Parigi, dove era alle porte una Rivoluzione che stava sostituendo tutte le gerarchie, compresa anche la sua.

Intanto giunse a Djanawil quello strano omaggio che non sapeva come interpretare.
L’inglese uscì fuori dal tappeto completamente impazzito, dopo due settimane di perfetta immobilità.
Urlava e sbraitava ed era quasi irriconoscibile.
Nonostante i tentativi di carpirgli qualche segreto di una qualche fortuna da sfruttare, a Djanawil non rimase che abbandonarlo nel deserto, che decidesse la sua sorte ormai segnata.
Accortosi poi del suo servo Bomako lo fece interrogare con le dovute maniere ed egli raccontò delle vicende che conosceva, ma la sua poca intelligenza finì per irritare l’arabo che lo vendette ad un mercante.

I segreti di Gol Gol ora appartenevano a Djen che ne divenne attento guardiano.
La ricerca del luogo delle pietre musicali poteva ora far cambiare le sorti dei Dogon, che ora avrebbero avuto qualcosa da scambiare coi francesi per convincerli a rivedere la loro politica coloniale.

La notizia della scomparsa definitiva dalla scena di Dustin passò invece inosservata nella vita della capitale, anche perché erano molto più importanti quelle che giungevano dall’Europa e per l’arrivo di un nuovo console.
Questi avrebbe portato il nome di Maurice Levallois !

Erano trascorsi infatti alcuni mesi da quella sera in cui Dustin finì vittima dei suoi stessi intrighi e da quando Anne si decise a tornare a Marsiglia, assieme a Maurice.

Raggiunta la Francia Maurice ritrovò il padre, che intanto era stato riabilitato dalla scena politica che avrebbe portato Napoleone  a diventare imperatore.

Napoleone Bonaparte

Napoleone Bonaparte

Maurice, per aver reso alla Francia importanti servigi e collaborato alla cattura di un pericoloso mercante infiltrato persino a corte, il padre di Dustin, ricevette importantissimi incarichi proprio in quelle terre d’Africa di cui divenne il nuovo console.
Che raggiunse dopo il suo matrimonio celebrato con Anne d’Aubry.

Navigarono di nuovo, insieme, alla volta d’Africa e dei loro due amici Anne e Stanislav.
L’Africa che li aveva divisi, li aveva fatti reincontrare ed ora li avrebbe accolti, per il resto della loro vita.

Bimbi palestinesi

Bimbi palestinesi


Una storia di Dous,
Faustina40 e Cicabumascritta ”in diretta” su: aNobii.

Tema: La notte.
Personaggi principali: Uri, il mugnaio, Ezra sua moglie, Lina la cagnetta e Unter il garzone.
Personaggi secondari: quelli del bosco in cui Ezra ed Uri vivono e da cui Unter proviene…

Shanat aveva appena scritto il prologo al suo racconto e già le pareva di dover ricominciare.
Quello era un comodo sistema per astrarsi da ciò che la circondava, per sentire solo il rumore di un bosco lontano ed ignorare il suono dei mortai che intanto stavano distruggendo Gaza.
Intanto la sua sorellina Meroua giocava con una bambola logora che aveva tirato via da un cumulo di macerie ed aveva i capelli biondo cenere.
Attorno il bunker era animato da poche persone che ascoltavano la radio.

Ogni tanto si sentiva un rumore violento, una bomba era scoppiata poco lontano. Le piccole spalle di Meroua avevano come un tremito, stringeva la bambola e chiudeva gli occhi, come se volesse allontanare la paura che la coglieva ogni volta.
Shanat la guardava triste e pensava che avrebbe voluto inventare per la sorellina il racconto più gioioso che le era possibile per vedere di nuovo il sorriso su quel visetto.
Sprofondò di nuovo nel sogno.

Dal portone della casa color sabbia il mugnaio Uri uscì a guardare il cielo. I suoi abiti erano bianchi di farina, come i suoi capelli imbiancati dagli anni.
Guardò verso il bosco, stringendo gli occhi per la gran luce.

I campi colorati di un verde intenso si muovevano come i capelli di una bambola e sembravano danzare filo a filo chiamandosi per nome.
La stagione prometteva ad Uri un bel raccolto ed era contento di potersi permettere quest’anno una nuova mucca per il suo mulino, per poter produrre anche del latte per i suoi formaggi.

Intanto la radio gracchiava nel bunker promettendo notizie più inquietanti. Gli adulti s’erano assiepati e bofonchiavano guardando Shanat e sua sorella.
Le venne un pò di preoccupazione ricordando quel che suo padre Isman le aveva detto, prima di uscire alla ricerca di qualcosa da mangiare: “Vedrai Shanat, ti porterò del pane fumante per cena!”.
Shanat chiude gli occhi.

Uri è rientrato in casa, mentre Lina gli salta intorno festosa. Chiama Ezra perchè lo aiuti.
Vieni, donna, è ora di preparare il pane per domani.
Ezra arriva veloce; nonostante il passare degli anni è sempre una gioia per Uri vedere i suoi occhi scuri e ridenti, le sue mani veloci che ancora impastano con forza la farina appena macinata.
Tra poco tante pagnotte saranno sul tavolo pronte per entrare nel grande forno di argilla.

Finalmente nel bunker sono riusciti a sintonizzare la radio.
Le notizie che arrivano non sono per niente rassicuranti.

Ezra dall’interno del piccolo mulino chiamò il marito a pranzo. Tutto era pronto. Pane sfornato da poco, una buona zuppa, verdure fresche e croccanti.
L’aria era satura di sole e di luce e il mugnaio si sentiva felice.

Il padre non tornava e lontano si sentivano solo i rumori di una assurda battaglia che le due bimbe non riuscivano a comprendere.
Perchè, perchè la realtà era così diversa ?


Isman Ibn Hamas è stato catturato davanti alla porta sud da una pattuglia in borghese e condotto fuori dal muro…”
grrrrghh zzzzllll…” dice poi la radio.

Si odono dei colpi di mitra che colpiscono il tetto della casa che ospita il bunker improvvisato, coperto dai detriti di una scuola, nei pressi dell’ospedale di Rafah.
Cadono degli intonaci sulle teste di quello sparuto gruppo di uomini che ora appaiono bianche come nei giorni di festa, andati.
Ora Shanat scrive con quel che le resta di quel mozzicone di lapis sulla penultima pagina del suo quaderno di scuola. Si promette di trovare un bel finale per l’ultima.
Intanto comincia a provare un pò di fame.

Mentre Lina si gustava gli avanzi della zuppa… lo stomaco di Shanat si faceva sentire.
Poi ricordò di aver udito il nome del padre da qualche parte… era alla radio!

Dopo il sereno pranzo chiamò Lina, la sua cagnetta e insieme a lei si incamminò nel folto del bosco. Dopo pranzo gli piaceva fare sempre di queste passeggiate. Il suo garzone, Unter, proveniva da un piccolo villaggio immerso nel bosco e gli aveva raccontato tante storie di gnomi e di fate e di elfi e lui, pur non credendoci, passeggiando nel bosco, aguzzava sempre la vista nella speranza di scorgere qualcosa, qualcuno.

Alla radio si parla di suo padre. Dicono che è stato arrestato e portato via.
Nessuno porterà del pane alle bambine!

Nessuno sa cosa sia successo e chi altro è stato arrestato.
Dicono che molti che sono scappati verso l’Egitto siano stati rimandati indietro, ma ormai a Gaza ci sono solo storie di persone che non tornano più.
L’ultimo foglio guarda il viso di Shanat, mentre lei guarda desolata Meroua, che sta sgranocchiando l’ultima crosta di pane secco rimasta.
Forse, pensa Shanat, solo una fiaba potrà salvarci.

“Forse”, pensa Unter del bosco, “solo io potrò far conoscere il canto degli uomini del mio mondo a quelli che hanno perso il loro, dall’altra parte di quella radura verde”.

Scrive ormai solo con il pensiero perchè è buio e non c’è più energia nel campo bombardato da chi ha perso la fede in Dio e nell’uomo.
Guarda, Meroua, vieni a vedere” dice ad occhi chiusi voltando il capo verso la sorellina che piange ormai…

Il foglio bianco di Shanat, come per incanto, comincia ad illuminarsi, a prendere vita e delle figure danzano sulla carta.
Un fischio lacera il cielo, è sempre più vicino.

Il mugnaio, la moglie, la cagnetta e il garzone sorridono e chiamano le bimbe. Con loro c’è anche il padre delle bambine che con ampi gesti le chiama: “Venite bambine, venite… Qui c’è tanto pane fresco e alberi, meravigliosi alberi…”

Il fischio nel cielo ormai è assordante. E’ un attimo… un’esplosione vicinissima e poi più niente.

L’indomani mattina delle bambine non fu più ritrovato nemmeno il corpo. Solo un foglio con raffigurata una famiglia di mugnai e un padre felice che abbraccia due bimbe, una piccolina e una più grandicella.

Il canto del bosco suona ora anche per Shanat e Meroua. Per Isman, loro padre.
La mamma era già nel bosco ad aspettarli tutti.
Assieme a tante mamme di Gaza.

E di questa storia, forse fiaba e forse no, a qualcuno sfuggirà la differenza.
Distante dal bosco viviamo e vivono ancora in così tante parti del mondo.
Ma la fantasia resta ancora a dar l’inchiostro a chi ha perso per sempre la sua libertà.